L’insostenibile prezzo dell’occupazione e della segregazione

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La Gerusalemme di oggi è divisa, i palestinesi rimangono nella parte est, gli israeliani a ovest, e al centro il governo di destra di Netanyahu che cerca di accumulare voti. Gran parte delle violenze di questi giorni fanno sorgere spontanea la domanda: a chi giova davvero l’occupazione? Who profit?

Guardando il video che ritrae giovani israeliani che incitano l’uccisione di un 19enne palestinese da parte della polizia israeliana, e ascoltando il fragore dei loro applausi una volta che il ragazzo viene ucciso, ci si accorge di come gli israeliani non riescano ancora a vedere le tragiche conseguenze morali che decadi di occupazione stanno avendo sull’occupante.

Come possono gli israeliani non essere influenzati quando la discriminazione razziale è praticata sistematicamente ma nessuno ne parla o scrive in modo esplicito, così che nessuno debba mai sentirsi responsabile per la situazione?

Gli israeliani non troveranno la descrizione di questo razzismo nei loro libri di storia, che negano la pulizia etnica nel 1948 (modo in cui i palestinesi chiamano i territori che nel 1948 sono stati assegnati allo stato ebraico). Non la troveranno nei media. Non viene esplicitamente indicata nella legge sul boicottaggio, in quella sulla Nakba o sull’alimentazione forzata, non troveranno nessun riferimento esplicito nemmeno sulla detenzione amministrativa e sulle innumerevoli altre politiche che trasudano razzismo, a meno che non siano in grado di leggere tra le righe.

Solo seguendo lo spargimento di sangue si possono trovare le risposte. Bisogna guardare dietro le pile dei libri di diritto per smascherare le scuse utilizzate per assicurare gli israeliani – forze di polizia, soldati o coloni – che uccidono palestinesi disarmati, o al massimo armati di pietre. Le stesse scuse razziste utilizzate dallo stato quando non riesce, o si rifiuta di accusare i terroristi che hanno bruciato viva un’intera famiglia a Duma.

Il sangue palestinese è semplicemente più conveniente di quello israeliano. Solo un pazzo potrebbe affermare il contrario. E non fanno eccezione neanche i palestinesi cittadini di Israele. Le famiglie dei 13 giovani uccisi 19 anni fa, nell’ottobre del 2000, oggi devono osservare impotenti gli agenti che hanno ucciso i loro figli mentre camminano liberamente.

Nonostante l’apparente intelligenza di Netanyahu, in qualche modo anche lui rimane cieco nel vedere che sta presidiando un regime di segregazione e occupazione. Non dovrebbe essere così difficile da vedere. Sicuramente capisce che un regime basato sulla superiorità etnica ricorda al mondo una delle peggiori e più dolorose lezioni della storia.

Che tipo di regime Israele pensa che il mondo veda quando osserva le strade di segregazione che percorrono la Cisgiordania, lungo la linea etnica? Quando vede la costruzione del vergognoso muro di apartheid? Quando si tiene una delle strisce di terra più densamente popolate al mondo sotto costante assedio? O quando si costruiscono insediamenti illegali su terra rubata?

Le pratiche non democratiche di Israele e le politiche di occupazione ne stanno minando la legittimità internazionale. Nel frattempo, i palestinesi potrebbero dover affrontare presto un’altra operazione militare in Cisgiordania o a Gerusalemme Est, che costerebbe altre vite innocenti.

Traduzione di Irene Masala

Fonte: http://972mag.com/the-heavy-price-of-segregation-and-occupation/112541/

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