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Scienziati statunitensi riconoscono i Chemical Martyrs

Redazione on 11 gennaio 2018 - 02:13 in Attualità, Primo Piano

L’accreditata rivista scientifica statunitense, International Science, il 5 gennaio ha pubblicato un rapporto dal titolo significativo, Chemical Martyrs, presentando alla comunità scientifica statunitense l’agonia e le sofferenze degli iraniani che durante la Guerra Imposta dagli iracheni (1980-1988) sono rimasti vittime degli attacchi chimici da parte dell’esercito di Saddam.

Sardasht – Vittime iraniane degli attacchi chimici iracheni

Il saggio Chemical Martyrs, scritto dal prof. Richard Stone, ha un grande valore in quanto è il primo riconoscimento ufficiale della grande dimensione delle vittime iraniane ferite dalle armi chimiche utilizzate dall’ex esercito iracheno, ma fornite dall’Occidente e dai poteri occidentali.

Il rapporto è inoltre il risultato degli sforzi compiuti dal prof. Richard Stone nel corso della sua recente visita nel Paese, quando è venuto a conoscenza della realtà delle conseguenze delle ferite da armi chimiche. Accompagnando infatti il noto dermatologo iraniano, Dr. Seyed Nasser Emadi, nelle visite a soldati e civili iraniani colpiti durante gli attacchi chimici e guardando anche i filmati che mostravano l’impatto degli attacchi chimici di Saddam contro i civili iraniani nella città di Sardasht, lo scienziato statunitense rimase sbalordito e promise di rilasciare un rapporto sul Science Journal. “Mentre il mondo parla delle vittime delle armi di distruzione di massa di Hiroshima, Nagasaki, della metropolitana giapponese e della prima e seconda guerra mondiale, l’Iran è senza dubbio la più grande vittima di armi chimiche”, ha scritto il prof. Stone.

Decine di migliaia di iraniani furono uccisi o feriti da armi chimiche durante la guerra irachena imposta all’Iran negli anni 1980-1988. Circa 100mila iraniani vivono ancora oggi con gli effetti delle ferite, tra cui problemi respiratori a lungo termine, problemi agli occhi e alla pelle nonché disturbi del sistema immunitario, disturbi psicologici, disordini genetici e tumori.

Sardasht è una città nel nord-ovest dell’Iran. Secondo il censimento del 2006, la sua popolazione è di 37mila abitanti. Fu la prima città in cui i civili furono attaccati con armi chimiche dall’ex dittatore iracheno Saddam Hussein, durante la guerra irachena contro l’Iran. La popolazione di Sardasht è a maggioranza curda. Sardasht è anche nota per i numerosi villaggi che la circondano.

Il 28 giugno 1987, gli aerei iracheni sganciarono quelle che le autorità iraniane ritennero fossero bombe a gas di senape su Sardasht, in due distinti bombardamenti su quattro aree residenziali. Sardasht è stata la prima città al mondo ad essere gasata. Su una popolazione di 20mila persone, il 25% soffre ancora di gravi malattie per gli attacchi chimici.

Lo stesso Emadi ha vissuto l’ultima fase di quella guerra come giovane soldato iraniano di 18 anni, L’esperienza ha messo Emadi sulla strada per diventare un ricercatore medico. Ora è un dermatologo all’Università di Scienze Mediche di Teheran e un volontario con Medici senza Frontiere. Ha anche evidenziato una delle pratiche più crudeli nel conflitto 1980-88. Per la prima volta in assoluto su un campo di battaglia, agenti nervini tra cui il sarin e il tabun sono stati scatenati dalle forze irachene. In numerose occasioni, l’Iraq ha bombardato soldati e abitanti dei villaggi con bombe alla senape di zolfo, chiamata così a causa del suo odore e delle enormi bolle gialle che si formano sulla pelle. Le stesse impiegate dalle forze italiane dal dicembre 1935 al maggio 1936 contro gli Etiopi nella guerra d’Africa, sganciando dagli aerei circa mille bombe, ciascuna delle quali contenente circa 220 chilogrammi di senape allo zolfo.

Dopo la guerra, l’Iraq, sotto pressione, ha ammesso di aver “consumato” 1800 tonnellate di senape, 600 tonnellate di sarin e 140 tonnellate di tabun. Secondo la Fondazione iraniana dei martiri e affari dei veterani (Fmva), l’assalto chimico ha ucciso quasi 5000 iraniani e ne ha ammalati più di 100mila.

di Cristina Amoroso

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