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In Sicilia la chiamarono Liberazione

Redazione on 2 novembre 2018 - 04:02 in Focus, Primo Piano

La chiamarono LiberazioneEsistono ancora nonni che hanno vissuto la guerra, provato sulla propria pelle il costo di trattati firmati da pochi e valori condivisi da molti. Valori che oggi quasi sembrano essere avulsi da un contesto in cui i giovani vengono sempre più sradicati dalle proprie origini e dalla propria storia. Eppure è proprio in quella storia che fonda le sue radici ciò che sarà il nostro futuro.

Liberazione-MuosMolti però, invece di riempire questi nonni di domande per ricevere risposte che mai più troveranno nei libri, perdono solamente tempo a zittirli o ad evitarli. Forse sarà questo il più grande rimpianto delle giovani generazioni, spesso perse nelle babele della tecnologia e del “finto” progresso. Ma quanto è diversa la rappresentazione dei fatti storici descritta nei tanti libri scolastici da quei racconti vissuti da coloro che, in quei luoghi di morte, sembrano aver lasciato parte della propria vita? Proveremo a rispondere adesso, in occasione dell’anniversario dello sbarco alleato in Sicilia avvenuto nella notte tra il 9 e 10 Luglio del 1943.

La storia “ufficiale” racconta eroicamente quell’arrivo attraverso i mari delle truppe alleate, tra cui americani inglesi e canadesi, dopo le famose vittorie in territorio tunisino: l’obiettivo deciso già dalla  conferenza di Casablanca era quello di tenere occupati i tedeschi in modo tale da distoglierli dal fronte orientale con i sovietici. Ma quello sbarco mai sarebbe potuto avvenire così facilmente senza l’aiuto interno, in cui ruolo importante giocò la stessa mafia siciliana insieme a quella statunitense.

Stava scritto nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare Antimafia presentata alle Camere il 4 febbraio 1976 che: “Qualche tempo prima dello sbarco angloamericano in Sicilia numerosi elementi dell’esercito americano furono inviati nell’isola, per prendere contatti con persone determinate e per suscitare nella popolazione sentimenti favorevoli agli alleati. Il Naval Intelligence Service organizzò un’apposita squadra (la Target section), incaricandola di raccogliere le necessarie informazioni ai fini dello sbarco e della “preparazione psicologica” della Sicilia (..)”.

Non si può non ricordare l’accordo alleato con boss come Lucky Luciano che mise a disposizione il controllo del “Fronte del porto” alle truppe statunitensi per essere poi liberato dal carcere per “meriti verso la patria”, o con don Calogero Vizzini, capo riconosciuto della mafia siciliana, poi fatto sindaco come una serie di altri esponenti che presero la stessa carica in più comuni siciliani. E poi ancora la vicenda del sergente Horace West che ammazzò personalmente 37 italiani, ed il plotone di esecuzione del capitano John Compton che ne fece almeno 36.

A Canicattì, paese agrigentino, la popolazione assaltò la Saponeria Narbone Grilli col fine di saccheggiarla, ma un colonnello americano ordinò di sparare sulla gente impugnando la pistola per esplodere ventuno colpi. Riguardo Agrigento, la famosa “più bella città dei mortali” i cui templi greci furono ricoperti da sacchi di sabbia per non essere distrutti dai bombardamenti, riportiamo la testimonianza di Pietro Ancona:

“Con la mia famiglia mi ero rifugiato in una grotta nelle vicinanze di Agrigento. Era una notte umida afosa. Io e mio padre eravamo all’esterno della grotta dove mia madre stava partorendo senza l’aiuto di nessuno mio fratello Fortunato (..). Il passaggio degli americani durò molte ore e poi finì (..). Nella mattinata gli americani entravano in Agrigento dal quartiere della Addolorata. Lanciavano dalle jeep caramelle e ciunca che nessuno di noi sapeva cosa fosse. Gli agrigentini accoglievano gli Usa a braccia aperte anche perchè erano stufi di mangiare la segala che i tedeschi davano al posto del nostro grano e della nostra farina. (..) Gli americani sbarcati in Sicilia si abbandonarono ad ogni sorta di violenza, di sopruso, di stupro, di ruberia. Hanno attraversato la Sicilia da Licata a Messina come una terribile nuvola di cavallette. Dei loro misfatti non si sa quasi niente perchè al potere in Sicilia installarono sindaci mafiosi che hanno imposto il silenzio sulle violenze sessuali, sulle rapine, sugli stupri. Moltissime persone furono uccise per puro divertimento. Gli Usa ci calpestano da settanta anni. La Sicilia è una loro piazzaforte militare piena di bombe nucleari e di Droni. Il Muos è l’emblema odierno della nostra schiavitù militare”.

Ieri come oggi dunque, una Liberazione ottenuta col suono e l’effetto delle bombe e della morte, tanto da tramutare la parola in “occupazione”. Una Sicilia costretta, dai tempi del piano Marshall, a ricostruire sulla macerie di quei bombardamenti un futuro oramai dipendente da coloro che contribuivano con gli “aiuti”, non solo politicamente ma economicamente, socialmente e così via. Accordi bilaterali per legittimare la presenza militare Usa nel territorio e modifiche, come quelle degli anni ’60, dei limiti di legge sulle emanazioni di onde elettromagnetiche (furono innalzate).

di Redazione

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