L’ipocrisia saudita a un anno dalla strage di Mina

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di Giovanni Sorbello

Lo scorso anno, migliaia di pellegrini musulmani hanno perso la vita nella calca durante la cerimonia del pellegrinaggio dell’Hajj nella città saudita di Mina.

Dopo 12 mesi dalla strage, c’è un grande divario tra il numero ufficiale delle vittime fornito dal regime saudita che è di 769 morti, e il numero fornito dalle autorità iraniane che è di 4173 morti. Da ricordare che l’Iran è stato il Paese con il più alto numero di vittime, circa 469.

Molti ritengono che la disparità delle cifre potrebbe essere molto più grande dal momento che alcuni Paesi musulmani poveri o “amici” regionali del regime saudita potrebbero aver ridimensionato le cifre delle rispettive vittime, dietro pressioni o laute ricompense economiche.

Le autorità saudite inizialmente hanno dichiarato che lo spaventoso incidente era stato causato da un’eccessiva partecipazione di fedeli. Tesi smentita dai fatti, dato che negli anni precedenti la partecipazione dei fedeli all’Haji è stata addirittura più elevata.

Il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Khamenei ha accusato l’Arabia Saudita di “cattiva gestione”, mentre il suo consigliere superiore per gli Affari Internazionali, Ali Akbar Velayati ha definito l’incidente “sospetto” considerando gli alti funzionari iraniani tra le vittime, tra cui l’ex ambasciatore iraniano in Libano, Ghazanfar Roknabadi. Roknabadi era considerato un importante membro dell’ufficio del leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, oltre che una persona ben informata sui segreti dell’arsenale missilistico iraniano fornito ad Hezbollah.

Secondo un rapporto pubblicato dal quotidiano in lingua araba Al-Diyar, la fuga precipitosa dei pellegrini sarebbe stata causata dal convoglio del figlio del re saudita Salman bin Abdulaziz Al-Saud. Nel rapporto si afferma che Salman, scortato da 200 militari dell’esercito e 150 agenti di polizia, voleva partecipare al grande raduno di pellegrini a Mina pretendendo di entrare nel sito con il suo ingombrante convoglio. La presenza di questi mezzi ha indotto un brusco cambiamento nella direzione del movimento dei pellegrini scatenando il panico e la conseguente fuga precipitosa. Salman e il suo entourage hanno rapidamente abbandonato il luogo della strage da loro causata.

A parte la fuga precipitosa, la risposta inefficace e lenta da parte dei soccorsi ha portato alla morte di molti altri pellegrini lasciati agonizzanti per ore sul selciato.

Quella dello scorso anno non è stata l’unica tragedia accaduta alla Mecca. Il 2 luglio 1990, una fuga precipitosa all’interno di un tunnel pedonale che conduce fuori dalla Mecca verso Mina ha portato alla morte di 1.426 pellegrini. Nel 1994, un’altra fuga precipitosa ha ucciso almeno 270 pellegrini alla rituale lapidazione del Diavolo. Nel 2004, 251 pellegrini sono stati uccisi e altri 244 sono rimasti feriti nella calca durante il rituale della lapidazione a Mina.

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