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La finta svolta del regime saudita

Redazione on 10 ottobre 2017 - 02:13 in Medio Oriente, Primo Piano

Il 26 settembre, il regime saudita ha annunciato formalmente l’eliminazione del divieto di guida per le donne. Cambiamento epocale in Arabia Saudita, l’unico Paese al mondo in cui alle donne  non è permesso guidare. Le chiavi della macchina alle donne segnano l’inizio di una società aperta per uomini e donne, una liberazione da tre decenni di oscurantismo, oppure rappresentano solo una manovra economica che nasconde un’idea medioevale dei diritti umani?

Negare alle donne il diritto di guidare ha imposto enormi costi ai cittadini sauditi. Più di un milione e mezzo di uomini stranieri devono essere pagati per lavorare come autisti. Molti non parlano e non leggono l’arabo, e alcuni di questi  “autisti” non hanno mai guidato un’auto prima. Poco più del 15 per cento delle donne saudite lavora al di fuori delle loro case, e pagare un autista privato può costare tra un terzo e due terzi dello stipendio di una donna. Gli uomini sauditi devono essere responsabili del trasporto delle loro mogli, sorelle e madri. Nella disperazione, le donne che non possono permettersi un autista privato ricorrono allo stratagemma di mettere alla guida ragazzi fino a 9 anni, appoggiati sui cuscini per avere la visuale dal cruscotto. Non c’è da meravigliarsi che il regno abbia tra i tassi di mortalità del traffico più alti nel mondo.

Gli autisti immigrati lavorano presso le famiglie saudite per uno stipendio mensile di 400 dollari. Nell’estate del 2018 il salario minimo sarà portato a 666 dollari e quindi le autorità, che da qualche anno stanno “saudizzando” il lavoro con l’espulsione di migliaia di lavoratori immigrati, mettono nel conto l’espulsione di tanti immigrati che perderanno il lavoro con questo provvedimento. Secondo la Banca Mondiale, gli immigrati hanno trasferito dall’Arabia Saudita 41,8 miliardi di dollari nel 2015. Il regime saudita che ha speso miliardi nelle guerre in Siria e nello Yemen, intende espellere tra i due e tre milioni di immigrati (su 10,7 milioni) per recuperare un po’ di soldi persi.

Al di là dei costi sociali ed economici, costringere letteralmente le donne a rimanere sul sedile posteriore ha rappresentato un freno al progresso globale dell’Arabia Saudita, che ha la seconda più grande riserve di petrolio al mondo, ma è posizionata dietro Cipro e Malta sull’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite.

La guida è un inizio. Può aiutare a porre fine al più grande sistema di tutela opprimente, che richiede alle donne di ottenere il permesso di un parente maschio per le decisioni e le attività più fondamentali. È interessante notare che il regime saudita ha annunciato che una donna non avrà bisogno del permesso del suo tutore per ottenere una patente di guida.

Oggi, la tutela e il controllo delle donne si basano sulle tradizioni antiche all’interno del regno meno di quanto le forze religiose fondamentaliste applichino la loro presa sulla società. Molte delle restrizioni attuali sulle donne sono state imposte dopo la vicina Rivoluzione iraniana e il sequestro armato della Grande Moschea di Mecca operato dai radicali sunniti per due settimane nel 1979. A seguito di tali eventi, le donne sono scomparse dalla televisione e dai giornali dello Stato saudita, accoppiati con una grande repressione dell’occupazione femminile. I fondamentalisti hanno inoltre rinnovato i loro richiami per porre fine all’istruzione delle donne. Ma l’attuale generazione di donne saudite ha rifiutato di ascoltare.

Le donne oggi costituiscono più della metà di tutti gli studenti universitari sauditi – 51,8 per cento dal 2015, secondo il Ministero dell’Istruzione. Per la prima volta si sentono di sognare un’altra Arabia per i prossimi anni: un regno dove cessi di esistere il sistema di tutela; dove, a 18 o a 21 anni, le donne siano riconosciute adulte dalla legge; dove all’Università le ragazze possano accedere a qualsiasi facoltà, inclusa la “maschile” ingegneria; dove le donne possano lavorare in qualsiasi campo; dove le donne che siano state in carcere non abbiano bisogno del permesso di un tutore maschio per partire; dove le donne siano nominate ambasciatori e ministri e capi di organizzazioni; dove le madri saudite possano passare la cittadinanza ai loro figli; dove le donne possano competere come atlete in qualsiasi sport; dove la legge protegga madri e figli. Questo chiedono le donne.

Altri cambiamenti stanno arrivando. Per la prima volta nella storia del regno, la leadership sta passando a una generazione più giovane. L’Arabia Saudita è da tempo conosciuta per i suoi re ottantenni, ma oggi il principe della corona, Mohammed bin Salman, ha solo 32 anni. Come ha detto nel mese di aprile a David Ignatius del Post, “Sono giovane. Il Settanta per cento dei nostri cittadini sono giovani, non vogliamo perdere la nostra vita in questo idromassaggio in cui siamo stati immersi negli ultimi 30 anni, vogliamo finire questa epoca ora. Vogliamo, come popolo saudita, goderci i prossimi giorni e concentrarci sullo sviluppo della nostra società e sullo sviluppo di noi stessi come individui e famiglia, pur mantenendo la nostra religione e costumi. Non continueremo ad essere nell’era post-1979. Quell’epoca è finita”.

Che il principe della corona abbia anche la saggezza di intraprendere un nuovo cammino nel suo Paese senza che il Majlis Ashoura ponga le sue condizioni che di fatto rappresentano un’idea medioevale dei diritti civili, come è successo per il permesso di guida concesso alle donne saudite. E’ pur vero che il cosiddetto progetto Visione 2030 prevede un maggiore coinvolgimento della donna saudita nella vita pubblica e che dal giugno 2018 alle donne saudite è permessa la guida.

Tuttavia il Majlis Ashoura, dando il proprio assenso al decreto, ha posto delle condizioni: che la donna abbia raggiunto l’età di 30 anni, che il tutore (padre, marito, fratello, figlio, zio…) dia il proprio assenso scritto, che la donna al volante sia vestita in “modo adeguato” e che non usi in nessun modo make up o trucco o abbia accessori di bellezza. Che la guida della donna sia limitata solo nei centri urbani dalle ore 7 alle ore 20 da sabato a mercoledì e dalle 12 alle 20, il giovedì e il venerdì. Infine dovrà essere sempre munita del proprio cellulare collegato con il Centro Femminile del Traffico Stradale.

L’annuncio di questo decreto in questo preciso momento sembra servire anche a nascondere le notizie degli arresti di molti oppositori al regime saudita, alcuni molto in vista come Salman Al Awdah che chiedono una monarchia costituzionale e più diritti civili.

di Cristina Amoroso

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