Groenlandia, tra sfruttamento delle attività minerarie e rispetto per l’ambiente

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di Salvo Ardizzone

Il Parlamento di Nuuk, capitale della Groenlandia, ha approvato di strettissima misura una mozione che abroga il precedente divieto di estrazione di materiali radioattivi. Secondo stime della Greenland Minerals and Energy, nella parte meridionale del Paese (l’unica a poter essere interessata da attività produttive, perché per il resto è ricoperta da calotta polare spessa fino a tre chilometri), insieme a rilevanti giacimenti di oro, diamanti e minerali ferrosi di ottima qualità, sono presenti riserve di terre rare pari ad almeno il 9% di quanto conosciuto sul pianeta.
Tali minerali (radioattivi seppur a bassa intensità) sono fondamentali non solo per la produzione di computer e smartphone, ma anche quali elementi necessari ad una serie infinita di applicazioni e processi tecnologici. Il primo produttore al mondo è stata la Cina, che ne ha avuto il monopolio pressoché totale fino al 2010–2011 con quote di produzioni del 97% globale; da quegli anni ha ritenuto di diminuire drasticamente la produzione, anche per i gravissimi problemi di inquinamento irreversibile originati dai selvaggi sistemi di estrazione e purificazione della roccia madre che adottava. La contrazione delle quote di esportazione, e il contemporaneo aumento della tassazione applicato ad esse, ha portato a pesantissime perturbazioni dei prezzi sui mercati, che solo ultimamente si sono regolarizzati anche attraverso l’adozione di tecniche che hanno permesso di economizzare l’impiego di questi materiali.

La Groenlandia è considerata molto attraente dagli investitori internazionali, per la stabilità politica, un sistema burocratico snello ed efficiente, un facile accesso ai trasporti via mare. L’aumento delle attività estrattive e le royalties connesse, porterebbero notevoli benefici ad un Paese che risente di una crisi senza precedenti delle sue attività economiche tradizionali, aggravata da una pesante disoccupazione; inoltre, permetterebbe un’ulteriore indipendenza dalla Danimarca, cui è ancora parzialmente legata.
Il Governo è cosciente dei gravi problemi che comporterebbe lo sfruttamento del patrimonio minerario; nel caso delle terre rare, i rischi, soprattutto ambientali, connessi alle fasi di estrazione e trattazione di minerali radioattivi sono notevoli, e non a caso ci sono state critiche e proteste sia da parte della popolazione che da associazioni come Greenpeace. Ma c’è un altro fattore di criticità derivante dallo svolgimento di massicci investimenti in un Paese che conta in tutto 56mila abitanti: nell’isola manca mano d’opera specializzata, e per la realizzazione e gestione dei progetti, sarebbe necessario un afflusso massiccio di personale dall’estero, tale da sconvolgere le caratteristiche della vita locale. Per fare solo un esempio, la London Mining si è aggiudicata un progetto per l’estrazione di minerali di ferro denominato “Isua” dal nome della località ove sarà impiantata l’attività. È uno dei più grandi mai realizzati nel comparto e prevede la produzione di 15 ml di tonnellate annue; per il suo svolgimento è previsto l’impiego, fra l’altro, di circa 3mila tecnici specializzati cinesi.

Al Greenland Home Rule Government (il Parlamento di Groenlandia) spetta una scelta difficile; sfruttare l’opportunità di divenire un polo mondiale delle terre rare e di altre attività minerarie, potrebbe costituire un passo decisivo verso il benessere di un piccolo popolo che vive in condizioni difficili, oltre che a portarlo verso la definitiva indipendenza dalla Danimarca. Tuttavia è il prezzo da pagare che deve far riflettere: correre il rischio di veder snaturare il proprio sistema di vita, la propria cultura e mettere a repentaglio l’ambiente con le devastazioni che le grandi compagnie compiono regolarmente quando non sono tenute sotto stretto controllo, ci sembra un costo troppo alto.
Ci auguriamo che quel piccolo popolo sappia trovare la giusta sintesi fra l’utilizzo delle proprie risorse e il rispetto per se stesso e il proprio ambiente.

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