Chi paga i conti delle banche di Frau Merkel?

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Chi paga i conti delle banche di Frau Merkel? – C’è una questione che monta in questi giorni, per i Paesi dell’Eurozona esclusa la Germania, che meriterebbe maggiore attenzione visto che vale circa 500 mld di euro. Facciamo un passo indietro.

Nascita dell’Euro

Quando partì, l’Euro era ancora un cantiere aperto, una nave incompiuta varata per farla partire comunque. Nel vertice europeo del giugno 2012, sotto i morsi della crisi che metteva al sole i punti critici, vennero finalmente identificati almeno i due interventi più necessari: una Unione Bancaria, per evitare che il mercato ed il sistema bancario sfuggissero di mano sotto pulsioni incontrollate dei singoli Stati. Una Unione Fiscale, per prendere atto che gli stati membri si ritrovavano indebitati in una moneta che non potevano emettere, e dunque ovviare con strumenti collettivi per esempio Eurobond (per ulteriore inciso, i debiti pubblici in moneta estera, quale è l’Euro per i singoli stati, superiori al 60% del Pil si sono dimostrati storicamente insostenibili, di qui il famoso limite percentuale a suo tempo posto per l’ingresso e la permanenza nell’Eurozona).

Entrambi i progetti sono stati ferocemente avversati dalla Merkel e dalla Bundesbank che vede nell’Unione Bancaria e negli Eurobond il salvataggio delle banche e dei Paesi deboli dell’Eurozona con i soldi dei tedeschi.

Peccato che è l’esatto opposto, e che tutti gli Stati dell’Eurozona, viste le attuali ed incomplete regole dell’Eurosistema, hanno salvato il sistema bancario tedesco della Merkel dai crediti difficilmente (o per niente) esigibili accumulati a fronte del surplus commerciale. Un grazioso regalo di circa 500 mld di euro.

Vediamo di spiegare quest’assurdo: come abbiamo detto, da anni la Germania della Merkel esporta assai più di quanto importa nei confronti di diversi paesi dell’Eurozona. Nell’ambito di tale zona, come di qualunque Unione Monetaria, uno Stato che consuma e investe meno di quanto produce, accumula passività finanziaria verso i Paesi della stessa area presso cui esporta, in sostanza diviene una sorta di esportazione di capitali.

È la cosiddetta vendor–financing: ti vendo un bene ma ti finanzio l’acquisto. Una pratica che può dare buoni risultati, ma alla lunga assai pericolosa, come bene stanno sperimentando i Cinesi (ma loro, non hanno vicini su cui scaricarne il costo come vedremo).

Il sistema bancario tedesco, continuando ad erogare credito, si trovò ad alimentare le bolle immobiliari e speculative in diversi Paesi dell’Eurozona (ed anche in Usa, tanto che la prima banca che saltò per la crisi Subprime fu tedesca: la Ikb) finendo esposte nel 2008 per circa 900 mld di euro, che equivale a due volte e mezzo il capitale totale delle banche tedesche (alla faccia della conclamata serietà e solidità teutonica!).

All’inizio la Bce, sotto le pressioni della Bundesbank terrorizzata dalle possibili conseguenze, impose agli Stati di rovinarsi pur di salvare le banche, anche quelle estere, che rientrarono dei crediti facili, usati spesso per pura speculazione che poco o nulla avevano a che fare con l’economia reale. Tutti gli Stati dell’area Euro, per garantire il sistema bancario, peggiorarono drasticamente il rating del proprio credito, facendo saltare al cielo i tassi delle emissioni debito pubblico e peggiorandone la qualità, col risultato di indebolire ulteriormente le banche zeppe di titoli degli stessi Stati.

Bce inonda le banche di credito a basso costo

Al continuare della crisi (e con l’avvento di Draghi), nel 2011 la Bce decise di inondare le banche di credito a basso costo (Ltro) per bloccare la rincorsa dei tassi fra debiti sovrani e bancari che stava distruggendo le economie reali dei paesi, soprattutto di quelli più deboli. Coi soldi ricevuti (tanti) le banche dei paesi in crisi in parte ricomprarono i debiti sovrani nazionali dall’estero (come “caldamente” suggerito dalla Bce) calmierando finalmente i tassi, ma in parte (e tanta) proseguirono a rimborsare i crediti interbancari ricevuti dalla Germania.

Ma continuiamo, siamo solo a metà della faccenda: quando una banca tedesca chiede a una banca dell’Eurozona di rimborsarle un credito interbancario o di pagarle un titolo sovrano che ha venduto, l’operazione passa fra banche centrali. La banca tedesca chiede l’addebito presso la Bundesbank e, per esempio, quella italiana chiederà alla Banca d’Italia di farle l’addebito e accreditare l’importo alla Bundesbank. Così, il rapporto fra le due banche private si estingue, ma i rapporti restano fra Bundesbank creditrice e Banca d’Italia debitrice sull’apposito sistema di pagamento della Bce detto Target 2.

In questo modo l’esposizione del sistema bancario tedesco verso i Paesi deboli o a rischio dell’Eurozona è sceso da oltre 900 mld di euro del 2008 ai circa 380 di oggi, mentre quello della Bundesbank a suo tempo bassissimo è schizzato ad oggi ad oltre 520 mld. Il settore privato tedesco si è così disfatto di molti crediti difficili, non sente la paura e non preme sulla politica perché venga incontro ai paesi in difficoltà per non farli saltare. Di qui le feroci imposizioni a Grecia o Cipro (tanto quei crediti son già stati ceduti); di qui l’arcigna intransigenza, dopo aver inondato l’Europa di crediti facili per sostenere le proprie esportazioni; crediti pericolosi di cui nel frattempo ci si è disfatti.

Ma il rischio resta sulla Bundesbank direte voi… è qui che viene il bello. Quei crediti sono stati passati alla Bundesbank come saldo di Target 2, e dei saldi di Target 2 rispondono tutti gli azionisti della Bce; anche la Germania, certo, ma solo per il 27%. Si, avete capito bene: per il 73% quei crediti fasulli, creati per sostenere l’export di Berlino, ricadranno sugli altri Paesi dell’Eurozona.

Crediamo che sarebbe pure ora che qualcuno ricordi queste cose a Frau Merkel; d’accordo un po’ d’egoismo nazionale, ma farsi pagare così i propri conti e pretendere d’aver pure ragione è proprio troppo, è proprio da magliari.

di Salvo Ardizzone

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