Un Earth Day per la Sicilia

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di Adelaide Conti

Un’alternativa è possibile? Ragionevolmente parrebbe necessaria. Nel giorno dedicato alla Terra – l’Earth Day è arrivato alla sua quarantacinquesima edizione – ci chiediamo se sia possibile immaginare un futuro migliore per questa immensa casa che ospita tutti. Le notizie che arrivano dagli scienziati di tutto il mondo non  sono confortanti. Problemi come il surriscaldamento, prima causa dei cambiamenti climatici in atto, stanno mettendo in serio pericolo la salute della Terra. Le misure adottate fin qui dai vari Stati per tentare di ridurre l’inquinamento sono risultati inefficienti sotto tutti i punti di vista. Ricordiamo peraltro che il Protocollo di Kyoto, che faceva seguito alla convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si è rivelato ben presto uno strumento giuridico internazionale di scarsa rilevanza. A nulla sono valse le intenzioni di ridurre del 5% le emissioni di gas serra in atmosfera. I vari Paese invece che rafforzare le proprie politiche di riduzione delle emissioni hanno seguito la strada opposta.

Dunque com’è facile immaginare, nessuno delle nazioni coinvolte ha rispettato quello che stava scritto nel documento. Il Protocollo di Kyoto è scaduto nel 2012, cos’è successo nel frattempo? Quello che ci si aspettava: il problema è diventato planetario. Non bisogna essere scienziati per capire che l’emergenza ambientale non è più un problema rinviabile, una questione secondaria, ma anzi va affrontata tempestivamente con l’individuazione di soluzioni adeguate tramite progetti concretizzabili. L’alternativa, dunque, non può che essere investire su energie sempre più pulite sostenendo ricerche e tecnologie d’avanguardia. Non solo, ogni nazione dovrebbe promuovere forme di agricoltura sostenibile, sviluppo di fonti di energia rinnovabile, migliorare la propria efficienza energetica.

Ma se per il mondo scientifico, le associazioni ambientaliste e tutti i cittadini sensibili a problemi come questi, la soluzione risiede – a ragion veduta – in un radicale cambiamento delle politiche ambientali di tutti i Paesi, c’è chi ancora persevera diabolicamente. Non è altrimenti spiegabile il perché di scelte come quella di voler intensificare le trivellazione nelle nostre coste o per fare un altro esempio, lasciare che industrie come l’Ilva di Taranto inquinino pesantemente il territorio.

Di pochi giorni fa, tra l’altro, la notizia di una nave con un carico di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali prodotti dall’acciaieria, che partita dal porto pugliese, ha raggiunto le acque siciliane per approdare nel porto di Augusta. Il carico conterebbe dieci mila tonnellate di polveri d’altoforno che dovrebbero essere smaltiti nella discarica Cisma, ubicata a metà strada tra Augusta e Melilli. Un territorio, quello di Augusta, ad alto rischio ambientale che aspetta di essere bonificato da tempo. Ma le istituzioni, invece di avviare le necessarie procedure di risanamento del territorio, fa ripartire in quel triangolo maledetto (Augusta-Melilli-Priolo) un’altra stagione di attacchi e violenze ai danni dell’ambiente e degli i abitanti che hanno la sfortuna di vivere in quelle zone. Come dire, oltre il danno la beffa: non solo non si bonificano quei territori per anni vessati da una politica scellerata, ma si aggiunge veleno al veleno.

Ed ecco che si fa ancora più urgente la necessità di rivedere tutto, di trovare soluzioni diverse, di mettere al centro dell’agenda politica le questioni ambientali, ritenute fino a qualche anno fa di scarsa rilevanza. La speranza risiede nella nuova consapevolezza da parte di sempre più persone della necessità di fare tutti un passo indietro, perché non si può pensare che il ben-essere passi esclusivamente dal ben-avere. Ci si augura che iniziative come l’Earth Day possano sensibilizzare, oltre l’opinione pubblica mondiale, anche chi ci governa. Sperando che un passo avanti possa essere fatto, ma nella direzione giusta questa volta.

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