Africa, l’egemonia globale americana è in crisi

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L’Africa è un mercato da un miliardo di consumatori, molti dei suoi Stati sono poverissimi anche se ricchi di materie prime preziose. In questo Continente ci sono 6 delle 10 nazioni al mondo che crescono più rapidamente. Seppur fra tante contraddizioni, si sta formando una sempre più vasta classe media (proprio quella che in molte altre Nazioni sviluppate è stata messa in crisi dai modelli di sviluppo liberisti), che, insieme al resto della popolazione, secondo concordi proiezioni, nel 2020 spenderà almeno 1.400 Mld di dollari

Presenza Usa

Fin’ora, la presenza di Washington nell’area è assai forte, ma si tratta soprattutto d’assistenza militare e di basi per Special Forces e gli immancabili droni. Per fare un solo esempio che faccia comprendere le cose, nell’intera Africa sub sahariana gli attaché commerciali nelle ambasciate Usa sono 8 (!) contro i 150 (!) cinesi. Questo spiega come l’interscambio commerciale con quell’area sia di circa 60 Mld, un’inezia se confrontato a quello dei Paesi della Ue (e fin qui pazienza, visto che vantano gli storici rapporti di ex potenze coloniali) ma anche a quello di Pechino.

Certo, nel Continente africano ci sono già diversi colossi a Stelle e Strisce che non sono rimasti ad attendere il supporto del Governo: General Electric in Nigeria, Ibm in Kenya, Val-Mart in Sud Africa, e molti altri sono impegnati in operazioni più o meno chiare per lo sfruttamento delle materie prime di molti Stati. Purtroppo non c’è una strategia, un progetto d’insieme, solo iniziative per fare cassa. 

D’altronde, l’ipocrisia ufficiale della politica di Washington, ossessionata fino al ridicolo dal proprio concetto del “politicamente corretto” nelle relazioni ufficiali,  ha trovato difficoltà nell’avere rapporti alla luce del sole con Governi che hanno dei diritti umani un concetto certo discutibile.

La resa degli Usa

Il fatto è che gli Usa si sono finalmente resi conto d’aver abbandonato un Continente immenso, ricco di tutte le materie prime ed enorme mercato del futuro, alla penetrazione del proprio competitore principale, la Cina. Nel 2013 l’interscambio di Pechino con l’Africa ha toccato i 210 Mld, superando quello dei Paesi della Ue e surclassando quello statunitense, e conta di arrivare a 400 Mld entro il 2020. Laggiù Pechino ha oltre 2mila aziende che operano attraverso circa due milioni di imprenditori, manager, tecnici ed operai.

Per quanto riguarda il dinamismo politico, sia il Presidente Xi Jinping che il Premier Li Keqiang hanno viaggiato per le capitali africane portando decine di Mld di linee di credito; soldi senza “clausole politiche”, vale a dire, senza chiedere in cambio aperture democratiche, e senza indagare troppo in quali tasche finiscano. Per Pechino l’importante è di sfruttare a discrezione le materie prime di cui ha un assoluto bisogno, e di poter produrre a costi assai più stracciati che altrove, tiranneggiando a piacimento la mano d’opera. Insomma, un colonialismo autorizzato a suon di mazzette.

Anche in Africa avanza la crisi egemonica Usa

È un fatto che la pretesa egemonia globale degli Usa sia in crisi, e ciò si traduce in una sempre maggiore incapacità d’esercitare una leadership che non abbia aspetti puramente militari (e anche quelli, da tempo, vengono messi sempre più spesso in discussione, per la manifesta impossibilità di gestirne le conseguenze). È il suo stesso modello di relazioni che si mostra inadeguato a governare i rapporti in un mondo finalmente multipolare.  

In Sud America, nel Continente africano, in vasta parte dell’Asia, la sua capacità di dettare le regole del gioco sta venendo meno dinanzi al sorgere di competitor locali e, almeno uno, con caratteristiche sempre più globali, la Cina appunto. È un rimescolamento di ruoli, sfere d’influenza ed equilibri, destinato a modificare radicalmente il mondo quale conoscevamo.   

di Salvo Ardizzone

      

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