Yemen: gli Usa tentano di salvare Riyadh dal disastro

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di Salvo Ardizzone

Gli Usa costretti a un’iniziativa diplomatica per salvare Riyadh dal disastro in Yemen. Gli Houthi respingono il piano di Washington.

Le disastrose prospettive militari dell’avventura in Yemen, i pesanti costi della guerra e le crescenti critiche per i crimini commessi con i bombardamenti e con il blocco imposto al più povero Paese della Penisola Arabica, hanno condotto Riyadh in un vicolo cieco da cui non sa come uscire. Una situazione senza sbocco che comincia a preoccupare l’Amministrazione Usa, colpita anch’essa da critiche sempre più forti per l’aiuto prestato alla selvaggia aggressione saudita.

Preoccupazioni aumentate dinanzi al fallimento dei colloqui di pace svoltisi in Kuwait sotto l’egida dell’Onu, dopo che la delegazione yemenita ha respinto un piano di pace confezionato secondo le indicazioni di Riyadh, che comportava una sostanziale resa incondizionata. Un fallimento che ha condotto a un ulteriore inasprimento dei bombardamenti terroristici sullo Yemen e all’intensificarsi delle operazioni militari, con esiti disastrosi per i sauditi che, oltre ad incassare sconfitte, vedono ormai minacciato il proprio territorio dalle forze della Resistenza.

Dopo aver deciso di ritirare il personale militare che affiancava la coalizione guidata da Riyadh, Washington sta tentando di varare un’iniziativa diplomatica che tiri fuori l’Arabia Saudita dallo Yemen.

Giovedì scorso, il Segretario di Stato Usa John Jerry ha incontrato a Jeddah il suo omonimo saudita al-Jubeir per sottoporgli un piano di pace che ponga fine alla crisi; il portavoce del Dipartimento di Stato ha dichiarato che i particolari sarebbero stati perfezionati nei giorni successivi, nel corso delle trattative diplomatiche portate avanti dall’Onu.

In realtà, come ha sottolineato il portavoce di Ansarullah Mohammed Abdulsalam, il piano di pace non contiene nulla di nuovo e mira a disarmare e far ritirare gli Houthi, reinsediando il presidente fantoccio Hadi, voluto dall’Arabia Saudita, senza alcuna garanzia sulla formazione di un credibile Governo di unità nazionale che guidi la transizione.

I motivi che rendono irricevibili le proposte sono le pretese saudite che la Resistenza consegni tutte le armi pesanti e si ritiri dalla Capitale Sana’a, consentendo il ritorno di Hadi senza che si sia giunti ad un accordo solido sul processo che debba portare lo Yemen fuori dalla crisi che lo sta martoriando. Gli Houthi sono disponibili a cedere le armi e a ritirarsi, ma solo quando sarà chiaro e condiviso il quadro della transizione; un argomento su cui Riyadh continua ad essere irremovibile, tanto da aver stravolto le proposte inizialmente presentate da Kerry, riducendole ad una sostanziale riedizione del piano già bocciato.

Le irrealistiche richieste della casa reale saudita, sono motivate dal fatto che il principe Mohammad bin Salman, attuale uomo forte che ha voluto fortemente l’aggressione, non può permettersi un fallimento clamoroso che potrebbe essere l’occasione per una resa dei conti all’interno della famiglia reale.

Nel frattempo, nello Yemen le forze della coalizione montata da Riyah e i contingenti mercenari ingaggiati per invadere il Paese continuano a collezionare sconfitte imbarazzanti, che si ripetono ormai all’interno degli stessi confini sauditi. D’altra parte, come riportato da numerosi analisti, vedi Bloomberg, la crisi economica che sta investendo le finanze saudite non consentirebbe il protrarsi dei pesanti costi della guerra.

Inoltre, malgrado il silenzio dei media e la complicità dei Governi occidentali sin’ora comprati dai petrodollari, il continuo succedersi delle stragi perpetrate in Yemen dai sauditi comincia a mettere in difficoltà anche l’Amministrazione Usa, per il pieno appoggio dato all’aggressione. È recente una lettera di decine di rappresentanti del Congresso che chiedono a Obama un disimpegno da quella guerra.

Di qui l’iniziativa di Kerry che più d’un vero piano di pace per lo Yemen, è il tentativo di tirar fuori l’Arabia Saudita e i suoi alleati da un lungo conflitto disastroso, dalle prospettive sempre più negative. Un’iniziativa che, per gli instabili equilibri di potere all’interno della casa reale, è destinata a cadere nel vuoto.

Allo stato dei fatti, con tutta probabilità lo Yemen è una piaga sanguinosa destinata a rimanere aperta; una piaga che sta martirizzando un Popolo che non intende sottomettersi, ma che al contempo sta scavando la fossa alla corrotta monarchia saudita.

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