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Working poor in aumento in Italia

Redazione on 18 gennaio 2019 - 12:46 in Cronaca, Primo Piano

I Working poor, coloro che sono a rischio povertà pur avendo un lavoro, stanno aumentando di numero e secondo i dati Eurostat circa 12 lavoratori italiani su 100 sono a rischio povertà nonostante un’entrata monetaria; si tratta dell’11,7% della forza lavoro che è una percentuale molto al di sopra della media Ue.

Working-poorEppure in Italia non si fa altro che parlare del reddito di cittadinanza che con il passare del tempo sta diventando un’autentica telenovela; dal taglio della cifra iniziale sino ad arrivare al continuo posticipare l’erogazione che, stando alle ultime voci, dovrebbe avvenire ad aprile.

In tutto questo bailamme politico ci sono quei 12 lavoratori su 100 che non percepiscono abbastanza stipendio e sono a rischio povertà, con un aumento record registrato tra il 2015 ed il 2016; oltre il 23% a cui bisogna aggiungere le prospettive di vita che stando ai dati del Censis vedono 5,7 milioni di giovani che rischiano di avere una pensione nel 2050, al di sotto della soglia di povertà. Su tutto ciò si tace.

La realtà è ben diversa da quella che la narrazione politica continua a raccontare in una perenne campagna elettorale a rincorrere le promesse faraoniche. Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà, dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative: “Sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Dobbiamo recuperare tre milioni di neet (disoccupati che non studiano o fanno formazione, ndr) e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione”.

Tornando ai freddi numeri della statistica, l’Italia è tra i Paesi della Ue con i livelli di working poor più alti; a fare peggio vi è la Romania con il 18,6%, la Grecia con il 14,1%, la Spagna 13,1%, Lussemburgo 12%. Riescono a fare meglio nazioni come la Bulgaria con l’11,4%, il Portogallo con il 10,9% e la Polonia con il 10,8% a guidare la classifica come sempre accade vi è il nord europa con in testa la Finlandia con appena il 3,1%, poi la Rep.Ceca con il 3,8%, il Belgio con il 4,7% e poco sotto l’Irlanda con il 4,8%.

A segnare la discriminante dei working poor è il tipo di contratto con un raddoppio delle percentuali per coloro che lavorano part-time (15,8%), rispetto a quelli con un occupazione full time(7,8%); tre volte maggiore è il dato per coloro che hanno un impiego temporaneo(16,2%) rispetto a chi possiede un contratto a tempo indeterminato (5,8%). Ad essere più a rischio sono gli uomini con il 10% rispetto alle donne (9,1%).

A questi dati bisogna aggiungere il sommerso non dichiarato. I settori a maggior incidenza di irregolarità (in cui più di un occupato su dieci risulta non regolare), come agricoltura, servizi alle famiglie, informazione e comunicazione, sono non a caso anche quelli dove è più alta la quota di lavoratori a basso salario. Sembra quindi esistere una correlazione positiva tra irregolarità e diffusione dei working poor.

Tutto ciò si ripercuote sulle pensioni, visto che il quadro che emerge è quello di una discriminazione generazionale. Il confronto tra la pensione di un padre e quella futura del figlio segnala una divaricazione del 14%;

di Sebastiano Lo Monaco

 

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