/ Attualità / Visita del Papa in Cile tra tensioni e proteste

Visita del Papa in Cile tra tensioni e proteste

Redazione on 16 gennaio 2018 - 02:41 in Attualità, Primo Piano

Il Cile accoglie il Papa nel suo viaggio in America Latina ma gli striscioni di “Bienvenido” hanno lasciato il posto alle numerose manifestazioni di protesta, destando non poche preoccupazioni. Negli ultimi giorni a Santiago del Cile e nei dintorni della capitale sono state danneggiate quattro parrocchie, gli attacchi non sono stati rivendicati ufficialmente.

La nunziatura apostolica della capitale, residenza del Papa dal 15 al 18 gennaio, è stata occupata per mezz’ora (poi liberata dalla polizia) da un gruppo di manifestanti dell’associazione di popolo Andha Chile, la cui leader è l’ex candidata presidenziale Roxana Miranda. Al grido di “La plata del Papa para los pobres” (il denaro del Papa per i poveri) i manifestanti, fra cui disoccupati e senzatetto, hanno voluto attirare l’attenzione sulle condizioni di miseria in cui vive l’11% del popolo cileno e contestare le spese sostenute dal governo per organizzare la visita del Pontefice.

Come spiega Roxana Miranda sul suo account Twitter “si stanno spendendo 10 milioni di pesos per l’accoglienza del Papa, circa 15mila euro, il 70% dei quali messi a disposizione dello Stato, il 30% a carico della Chiesa. Qui in Cile ci sono miseria, pedofilia, omicidi e nessuno fa niente, però si spendono milioni per un personaggio religioso”.

Sempre sull’account Twitter di Andha Chile è stato pubblicato un video nel quale si vedono agenti delle forze di sicurezza cilene entrare nella sede della nunziatura, mentre i manifestanti cercano di impedirne l’accesso. Circa trenta minuti dopo, un nuovo messaggio ha riferito che gli autori delle proteste e dell’occupazione erano detenuti in un ufficio della polizia cilena nel quartiere di Providencia.

I rappresentanti della diocesi di Santiago si dicono «profondamente addolorati per questi fatti, che contraddicono lo spirito di pace che anima la visita del Papa nel Paese» e chiedono agli autori «di riflettere sulla necessità di rispetto e tolleranza tra tutti, per costruire una patria di fratelli».

Da parte sua la “presidenta” uscente del Cile, Michelle Bachelet, ha condannato duramente le azioni di protesta: «Quanto accaduto è molto strano perché non è qualcosa che si può attribuire a un gruppo specifico» ed ha esortato ad accogliere il Papa «e a vivere questa visita in un clima di rispetto, solidarietà ed allegria».

Il Santo Padre, il 17 gennaio, dalla capitale cilena Santiago, si trasferirà alla città di Temuco, distante poco più di 600 km a sud, dove presso l’Aeroporto della Base aerea Maquehue presiederà una Celebrazione eucaristica per i popoli della regione, in particolare “Araucani” o “Mapuche”.

In queste terre si concentra il 35% della popolazione Mapuche su un totale di 1,5 milioni di persone. Francesco troverà la parte più povera del Cile: il 26,2 %, secondo statistiche ufficiali, vive in situazione di povertà, e tra questi non ci sono solo i popoli nativi. L’emarginazione strutturale ed endemica dell’Araucania ha fatto sì che col passare degli anni diventasse il “Cile scartato”. Per la messa collettiva il Pontefice ha chiesto di dare spazio ad una cerimonia mapuche e di pranzare con alcune autorità indigene. Un gesto simile nei confronti di queste popoli nativi lo fece il 5 aprile 1987 il Santo Padre Giovanni Paolo II.

Chi sono i Mapuche?

Sono i diretti discendenti degli aborigeni dell’America del Sud, che vivevano in queste terre prima dell’arrivo dei conquistatori europei. Mapuche significa “Popolo della Terra”, è composto dalle parole “Mapu”: Terra e “Che”: Uomo, in lingua Mapudungun, la lingua dei Mapuche. In Cile i Mapuche vengono chiamati anche Araucani dal nome della regione omonima. Parte della popolazione Mapuche vive anche in Argentina. A seguito di due campagne militari di conquista da parte degli europei, “la Pacificazione dell’Araucania (1860-1865 – Cile)” e “la Conquista del Deserto (1878-1885 – Argentina)”, queste popolazioni indigene furono massacrate e deportate al Nord e le loro terre confiscate a favore degli invasori.

Per decenni Mapuche è stata una parola offensiva e dispregiativa, sinonimo di persona analfabeta al servizio di cileni colti e ricchi. In altri momenti diventò una parola innominabile perché senza senso o avulsa dalla cultura dominante. Solo negli anni recenti l’espressione ha riacquistato una rilevante dignità e soprattutto è diventata sinonimo di una questione grave e importante, che la nazione cilena non ha ancora risolto e che numerose proteste violente hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Sulla consistenza demografica di questi popoli e le sue diverse etnie (Picunche, Mapuche, Kunkunche o Cuncos) non ci sono dati statistici certi. Si stima una popolazione di circa un milione e mezzo di individui e sembra che sia l’unico popolo aborigeno dell’America Latina che cresce, mentre ovunque gli altri vanno estinguendosi gradualmente. Secondo il censimento del 1992 i Mapuche erano 1.281.651. Nel censimento del 2002 la cifra è calata a 604.349 e si trattava di persone concentrate in quattro aree, Araucania-Temuco (33,6%), Santiago/Regione metropolitana (30,3%), Biobío (8,8%), Los Lagos y Los Ríos (16,7%).

Questa curiosa riduzione in uno spazio di 10 anni è stata chiamata “genocidio statistico o burocratico” e si dice che, in quanto operazione voluta e pianificata, avesse il preciso scopo di delegittimare le richieste “Mapuche” allo Stato cileno, presentando queste etnie quasi sulla via definitiva dell’estinzione. Altri spiegano la questione affermando che con il cambiamento delle domande nell’ultimo censimento molti interpellati si siano auto-esclusi dalla categoria “Mapuche”.

Il “conflitto Mapuche” riguarda sia il Cile sia l’Argentina dove i nativi sono circa 500mila e la complessità del problema non sfugge alle persone più consapevoli del grave ritardo con cui si è affrontata la questione. É un conflitto con risvolti storici, giuridici, economici e culturali e il suo nocciolo resta immutato dal XIX secolo: la rivendicazione dei popoli Mapuche delle loro terre, che ritengono siano state espropriate con la forza a seguito delle due campagne genocidarie.

Sia il Cile che l’Argentina si ostinano a negare gli eventi storici ed il loro comportamento nei confronti di queste popolazioni native assume i toni di una vera e propria occupazione. I Mapuche chiedono che vengano rispettate le leggi emanate dai governi cileno ed argentino e dalle organizzazioni internazionali a difesa dei popoli nativi. La chiesa cilena, da molti anni e in particolare dal discorso di Giovanni Paolo II, ha cercato di dare basi solide a questi percorsi mancanti ma non sempre con la continuità e l’incisività necessarie e urgenti.

In una intervista, padre Felipe Herrera, portavoce della Commissione nazionale della visita di Papa Francesco in Cile ha riferito: “Lo Stato e la società cilena hanno un grande debito con tutti i popoli indigeni e con il popolo Mapuche. La Chiesa ha sempre lottato per la loro dignità e il loro riconoscimento come popolo diverso ma anche integrato nella società cilena. E in questo siamo sempre stati all’avanguardia. Una minoranza, ridotta, di questo popolo ha scelto la via della violenza per far valere le proprie rivendicazioni. Ma il popolo Mapuche è un popolo bello. Che cosa ci aspettiamo dal Papa? Francesco non è un negoziatore. Non viene qui per dare indicazioni su cosa si deve o non si deve fare. Il Papa viene come messaggero di Cristo, porta una Parola. Nell’enciclica Laudato sii parla tantissimo dei popoli indigeni e, quindi, noi attendiamo la sua parola che, senz’altro, ci aiuterà ad accogliere la loro diversità e la loro ricchezza e a sostenere i popoli indigeni nel loro riconoscimento… La responsabilità di quello che dirà il Papa, alla fine ricadrà su di noi e sul modo in cui accoglieremo la sua parola affinché porti frutti concreti”.

Enrique Antileo, antropologo di 35 anni di origine mapuche, ad un giornalista ha dichiarato: “Dalla visita del Papa in Cile ci si aspetta un messaggio a favore del riconoscimento dei Mapuche. Nella popolazione esiste la coscienza di essere un popolo colonizzato e questo è il debito storico che lo Stato cileno ha nei nostri confronti. In tutto il Sudamerica i Mapuche sono l’unico popolo che non capitolò di fronte alla dominazione spagnola per oltre trecento anni. Gli spagnoli stessi rimasero impressionati e disorientati dalla loro forza e determinazione”.

Questi “selvaggi”, così venivano chiamati dagli europei, costrinsero i soldati della Corona di Spagna alla firma del trattato di Quillin nel 1641 e imposero all’invasore il riconoscimento dell’autonomia territoriale della Nazione Mapuche, la Wall Mapu, a sud del fiume Bìo-Bìo. L’obiettivo primario dell’attivismo indigeno – continua Antileo – è recuperare le terre e ricostituire la Wall-Mapu. L’elemento in comune è il riconoscimento dei Mapuche come nazione. La visita di Papa Bergoglio doveva essere un tranquillo ritorno nella “sua” America Latina, invece il viaggio in Cile e Perù rischia di essere tra i più difficili ed insidiosi.

di Patrizia Larese

0 POST COMMENT

Send Us A Message Here

IlFaroSulMondo.it usa i cookies, anche di terze parti. Ti invitiamo a dare il consenso così da proseguire al meglio con una navigazione ottimizzata. maggiori informazioni

Le attuali impostazioni permettono l'utilizzo dei cookies al fine di fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Se continui ad utilizzare questo sito web senza cambiare le tue impostazioni dei cookies o cliccando "OK, accetto" nel banner in basso ne acconsenterai l'utilizzo.

Chiudi