Haiti: un Paese alla deriva dove imperversa la natura e regna l’ingiustizia

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di Cristina Amoroso

Non ha mai fine il calvario del Paese caraibico dell’isola Hispaniola, dove un muro di 500 km separa due Stati, Haiti e la Repubblica Dominicana e da decenni misura l’ostilità e l’odio che divide Haitiani e Dominicani. Caos, autoritarismo e corruzione regnano sovrani nel Paese dove è sotto la soglia di povertà il 54% della popolazione, che in un grande esodo rurale ha riempito la capitale Port-au-Prince di bidonville e di zone senza legge. All’aumento delle ingiustizie si somma anche l’inclemenza della natura, che dal 1900 ad oggi ha riversato su Haiti una sessantina di grandi catastrofi. Nel terzo millennio gli abitanti hanno subito inondazioni fatali nel 2004, uragani distruttivi nel 2008 e il terribile terremoto del 12 gennaio 2010, che ha causato più di 260mila vittime.

Negli ultimi mesi è andata via via riscaldandosi la protesta anti-governativa di centinaia di movimenti e organizzazioni popolari in tutta la regione, che chiedono le dimissioni del presidente Michael Martelly, in una rabbia crescente sugli alti livelli di corruzione del governo e sul ritardo nelle elezioni.

Le proteste sono aumentate soprattutto dopo il 15 ottobre che ha visto il rinnovo del mandato annuale della missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah), fondata 10 anni fa dopoché il 29 febbraio del 2004 il presidente haitiano Jean Bernard Aristide, democraticamente eletto, fu rimosso illegalmente. Contro il rinnovo del mandato era stata inviata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, alle Nazioni Unite e ai governi di Paesi come l’Argentina che hanno truppe in Haiti, una lettera aperta (Carta abierta al Consejo de Seguridad, la ONU, los gobiernos de los países que, como Argentina, tienen tropas en Haití).

“Dieci anni di occupazione bastano. Fuori le truppe di occupazione di Haiti. Haiti agli Haitiani”, dopo un decennio di occupazione la società haitiana non è “stabilizzata”, al contrario – sostiene la Carta – “affronta una crisi sistemica che è peggiorata con l’occupazione, con grave deterioramento della vita istituzionale e crescente violenza”, “invece di difendere i diritti umani, i soldati Minustah sono diventati abusatori. Violazioni, repressione delle manifestazioni, abuso di autorità, interferenza nei processi elettorali, compresi atti inaccettabili ampiamente documentati”.

Tra altri effetti collaterali più gravi, secondo la Carta, è stata l’introduzione da parte delle forze delle Nazioni Unite, del batterio che ha causato il colera nel 2010, che finora ha rivendicato 9mila vite e lasciato 730mila infettati nel Paese. L’Onu non ha ancora assunto la sua responsabilità di fronte al fatto, né sembra investire risorse nello sradicare la malattia e garantire il diritto umano all’acqua, con costi inferiori a quello che viene speso per mantenere l’occupazione militare.

Venerdì scorso la polizia haitiana e le forze di pace delle Nazioni Unite hanno attaccato i manifestanti con munizioni letali e gas lacrimogeni non appena diverse migliaia di sostenitori dell’opposizione hanno tentato di marciare verso il palazzo presidenziale nella capitale haitiana, Port-au-Prince, chiedendo una nuova leadership. I manifestanti che hanno anche bloccato alcune strade con pneumatici in fiamme e barricate, chiedevano le dimissioni sia del presidente Michael Martelly che del primo ministro Laurent Lamothe, e andare alle elezioni.

Martelly avrebbe dovuto indire le elezioni legislative e municipali nel 2011, ma una situazione di stallo tra il governo e un gruppo di senatori dell’opposizione aveva ritardato la legge elettorale e il processo politico nel Paese. Gruppi di opposizione accusano Martelly di aprire la strada per il ritorno in Haiti del regime dittatoriale. Se Haiti non tiene elezioni entro il 12 gennaio, il Parlamento sarà sciolto e Martelly sarà in grado di governare per decreto.

Venerdì scorso, nel pieno delle proteste, il presidente ha comunicato dal palazzo presidenziale che il primo ministro di Haiti, Laurent Lamothe era disposto a dimettersi, aggiungendo: “Riconosco che ha preso questa decisione per aiutare a trovare una soluzione alla crisi. Mi congratulo con lui per il suo coraggio e la determinazione per aiutare Haiti”.

Nella giornata di domenica il primo ministro di Haiti ha annunciato le sue dimissioni: “Lascio l’incarico di primo ministro questa sera con la consapevolezza di aver compiuto il mio dovere”, ha dichiarato Laurent Lamothe in un discorso televisivo. “Questo Paese ha subìto una trasformazione profonda e dinamica e un reale cambiamento in favore del suo popolo”, ha aggiunto Lamothe.
Una commissione consultiva, istituita per rompere l’attuale situazione di stallo politico, aveva già chiesto le dimissioni di Lamothe insieme con quelle del capo della Corte Suprema e del consiglio elettorale provvisorio.

Solidali con la resistenza del popolo haitiano auspichiamo che le Nazioni Unite e i governi che inviano soldati, ritirino tutte le truppe straniere che occupano il Paese dei Caraibi e pongano termine alla missione di pace Minustah, compreso il governo italiano che in Haiti con Minustah tiene un contingente di 120 carabinieri, partecipando al processo di questa nuova corsa all’occupazione e alla ricolonizzazione, ignorando la volontà del popolo e dei due ordini dell’Assemblea Nazionale di Haiti, invece di generare un vero punto di forza della solidarietà.

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