Venezuela, tra impeachment e scioperi prosegue l’opposizione a Maduro

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L’estrema destra venezuelana continua il suo colpo di Stato parlamentare, aggrovigliato in contraddizioni, tra impeachment e violenze in attesa forse di ordini di Washington. In Venezuela si replica il passato. L’opposizione propone un colpo di Stato usando le armi del diritto e facendo non solo uso della violenza in tutte le sue dimensioni, ricatti, sabotaggi e minacce in disperati tentativi di destabilizzazione ma anche servendosi dell’Assemblea Nazionale come un ariete dei suoi interessi di classe, senza però raggiungere il suo obiettivo fondamentale: rovesciare il governo costituzionale e legittimo di Nicolas Maduro.

MaduroCon i suoi supporti interni, manifestazioni di piazza, guarimbas, realizzazione di carenza di prodotti alimentari di base, speculazione monetaria e alimentare, le opposizioni hanno fatto uso massiccio dei media attraverso i suoi portavoce più radicali (Capriles, Corina Machado, Ramos Allup, Leopoldo Lopez), denunciando la crisi economica del Paese, la violazione dei diritti umani da parte del governo e l’esistenza di una presunta dittatura.

E il sistema informativo mondiale che da tempo ha eletto il Venezuela bolivariano a propria bestia nera ha lanciato la solfa planetaria della repressione sanguinosa e della guerra civile alle porte, laddove è dimostrato che le vittime degli scontri di piazza registrate nel Paese negli ultimi tempi è stata opera in maggioranza degli oppositori. Così se la giovane Yuri Patiño, Directora General del Gabinete Cultural de Amazonas è stata aggredita dagli squadristi di estrema destra, sottratta alla furia del branco solo grazie al coraggio delle sue compagne, ben diversamente è andata, purtroppo, a molte altre donne dei settori popolari, che dirigono le lotte di quartiere e che levano la voce contro le mafie di stampo politico. Contro di loro, da qualche anno agiscono bande paramilitari che operano alla maniera messicana o colombiana: uomini incappucciati irrompono nelle case popolari, prelevano le leader comunitarie sotto gli occhi atterriti dei figli e poi fanno ritrovare i loro cadaveri torturati.

La prima fase del colpo di Stato e della campagna anti-Maduro lanciata dalle opposizioni si era focalizzata sulla raccolta delle firme necessarie ad indire il referendum (circa 4 milioni di firme) per decidere la destituzione del capo di Stato, accusato di essere responsabile della grave crisi economica che ha colpito il Paese.

Ma la scorsa settimana il Consiglio Nazionale Elettorale ha sospeso la raccolta delle firme, rinviandola a tempo indeterminato, e motivando la decisione con presunte irregolarità nella raccolta. Insieme allo stop del referendum, le autorità hanno firmato un decreto per impedire all’ex candidato presidenziale Enrique Capriles e agli altri leader dell’opposizione di uscire dal Paese.

La seconda fase si è articolata in varie mosse delle opposizioni: la votazione dell’impeachment a Maduro per metterlo sotto processo, nelle stesse ore in cui il presidente venezuelano era ricevuto dal pontefice. Allo stesso modo hanno annunciato per giovedì 27 la mobilitazione delle opposizioni in Parlamento, come modo di sostenere l’impeachment al presidente.

E infine una mobilitazione nazionale verso il Palazzo di Miraflores (sede della Presidenza) il 3 novembre, per “dare a Maduro” i risultati delle risoluzioni adottate dal Parlamento.

Lo scontro è aperto. Uno scontro fra due modelli di Paese: uno a tutela di privilegi secolari, l’altro a difesa degli ultimi. Una parte delle gerarchie ecclesiastiche ha sabotato le decisioni del Papa, preferendo chiamare alla violenza e all’omicidio politico (uno per tutti, il torvo padre Palmar). Una parte degli imprenditori, al contrario, non ha aderito allo sciopero proclamato ieri dalle destre.

Il tutto mentre minaccioso scrive l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe: “Maduro, ti aspettiamo alla frontiera”. Proprio Alvaro Uribe, il grande oppositore dell’accordo di pace in Colombia tra governo e Farc, lui che ha suggerito alle destre venezuelane uno dei due motivi per l’impeachment al presidente venezuelano: Maduro sarebbe nato in Colombia, e dunque la sua elezione sarebbe da invalidare. Altro motivo d’impeachment, l’abbandono dell’incarico, a seguito del viaggio-lampo compiuto di recente dal presidente: per concordare con alcuni Paesi petroliferi la regolazione del prezzo del petrolio, crollato ai minimi storici.

Prima di rientrare in patria, Maduro è stato anche in visita dal Papa, che si è offerto ad una mediazione per un dialogo. E’ infatti attualmente in corso un tentativo di dialogo tra le due parti, con la mediazione dell’Unasur e del Vaticano, con il sostegno esplicito del segretario generale Ernesto Samper e di Papa Francisco. Tuttavia, l’opposizione venezuelana ha già preannunciato che non sarà presente all’incontro in programma per Domenica 30 sull’isola di Margarita (Capriles ha detto al Papa che non  poteva parlare con i “diavoli”, con riferimento ai chavisti).

Lo scenario ricorda il golpe del 2002 contro Chavez: marce di masse insurrezionali; serrate a tempo indeterminato, appelli alla “comunità internazionale” che altro non sono se non richieste di intervento imperialista.

I tempi però sono cambiati, e  la Forza armata ha ribadito la propria lealtà alla Costituzione. “Dopo ogni 11, viene un 13”, dicono i muri, ricordando l’11 aprile del 2002 e il breve golpe di Carmona Estanga: obbligato alla fuga dal popolo che, il 13, riportò al suo posto Hugo Chavez.

di Cristina Amoroso

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