Una lode all’Etna

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di Alessandro Montalto

Che cosa fisserei, qualora tu, non ci fossi?

Come sarebbe, il crepuscolo delle ore di Dio

spoglio di quella tua mantella, colore talco?

Come sarebbe, il firmamento, all’oscurità,

qualora, non ci fossero, i tuoi stratagemmi di roghi e falò

maculati di fulvo e arancio?

A quale ventura muoverebbe, il mio tallone,

qualora, non ci fossero, i tuoi sentieri e le tue mulattiere

che la Luna impallidisce, al tempo delle tenebre,

e il Sole irradia, al tempo delle fate ([1])?

Sentieri ombreggiati dalla betulla

e mulattiere picchiettate dalla ginestra (2).

A quale ventura muoverei?

Eppure, ci sei.

Questo imploro, giacché, questo, m’abbisogna (3).

(1) L’apertura è una considerazione di come sarebbe il versante orientale siciliano senza il vulcano. Stavolta l’immaginario verte su un’assenza amara per il poeta.

(2) Da conoscitore delle bellezze naturalistiche del territorio, l’autore immette richiami di specie facilmente osservabili, non celate dalle selve naturali.

(3) L’inizio e la fine della lode gareggiano da diversi: l’introduttiva valutazione dell’assenza cede il passo, dopo l’intermezzo, al conclusivo raffronto della realtà. Il vulcano c’è e l’abbaglio in cui si è indotti è superato: l’animo si acquieta.

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