Un Medio Oriente verso la resa dei conti

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di Salvo Ardizzone

La recrudescenza delle guerre che insanguinano più che mai Siria, Iraq e Yemen sotto lo sguardo distratto della comunità internazionale, non è frutto di una coincidenza: è il risultato di un preciso coordinamento di chi sa d’essere giunto alla resa dei conti, e gioca tutte le carte per ribaltare una situazione che ha visto frustrati tutti i suoi piani.

Lo svolgersi degli eventi vede più che mai uniti i registi che hanno dato il via e sostenuto quelle orribili mattanze con fiumi di denaro, armi e aiuti d’ogni genere: Arabia Saudita, Qatar, Turchia, dinanzi alla prospettiva d’una sconfitta bruciante e definitiva, hanno superato antiche rivalità e gelosie unendo i loro sforzi; anche gli Usa, da tempo riluttanti ad impegnarsi a fondo in quei pantani, stanno coordinando come non mai la loro azione con gli altri. E lo stesso attori come la Francia, comprata dai petrodollari sauditi, che per recente ammissione dello stesso Hollande sta rifornendo d’armi i vari “ribelli”.

La narrazione che ne fanno i media è funzionale al progetto: da un canto minimizza o tace sul massiccio aiuto fornito a bande di terroristi che, a parole, la comunità internazionale sostiene di combattere; dall’altro, con una tecnica da tempo collaudata, ne enfatizza i successi descrivendole come un’armata inarrestabile e favoleggiando che siano sul punto di travolgere Siria e Iraq. Nulla di più errato.

I successi, che pur ci sono stati, sono nella realtà assai meno rilevanti di quanto gridato al vento e, nella quasi totalità, vedi a Ramadi, da addebitare agli errori voluti da chi continua a ragionare in termini d’interessi settari e di potere. Al contrario, alle sconfitte (che sono tante) viene messa la sordina, perché conquistate da un fronte “scomodo” per chi controlla i media imperanti, e riconoscerle danneggia i suoi interessi.

In Siria, dinanzi all’avanzata dei lealisti ed ai successi di Hezbollah e delle milizie sciite giunte in aiuto, nel marzo scorso è nato il sedicente “Esercito della Conquista”, un’alleanza che vede insieme tutta la galassia dei gruppi qaedisti e salafiti capeggiati da al-Nusra; anche le residue formazioni del cosiddetto Free Syrian Army, su cui tanto s’era favoleggiato in Occidente presentandolo come “moderato”, hanno aderito. Insieme, hanno cessato di combattersi fra loro e lanciato massicce offensive al Nord, nel Governatorato di Idlib, e al Sud, nell’area di Daraa, sul confine giordano, mentre l’Isis, dal canto suo, ha lanciato un attacco su Palmira, località assai più mediatica che strategica, attorno a cui i combattimenti sono in corso. Nei pesantissimi scontri che ne sono seguiti, hanno messo in campo un’enorme quantità di armi, fra cui missili anticarro di tutti i tipi (dai Kornet ai Tow), freschi di fornitura.

Damasco ha reagito duramente, sia intensificando il martellamento aereo dei “ribelli” ora in movimento a Idlib ed a Palmira; sia lanciando vaste offensive nei pressi di Damasco, ad Homs e nella zona di confine con il Libano, dove Hezbollah sta travolgendo le loro antiche roccaforti nell’area di al-Qalamoun.

Per l’Isis c’è tuttavia da fare un discorso a parte: rimpinzato di denaro e armi all’inverosimile, e divenuto un brand di sicura presa internazionale grazie a media che ne hanno gonfiato in tutti i modi le imprese, il “califfo” ha pensato di poter giocare in proprio, sottraendosi alla tutela di Riyadh e Washington forte degli enormi introiti provenienti da traffici d’ogni genere, taglieggiamenti e, soprattutto, dal contrabbando di petrolio e gas dei campi occupati.

Un battitore libero in una partita divenuta delicatissima, non può essere accettato dai Sauditi e dagli Usa; distruggerlo è impensabile, è troppo prezioso, occorre ricondurlo all’obbedienza tagliandogli le principali fonti di denaro. Di qui le ridicole operazioni aeree della possente coalizione internazionale, attentissima solo a punzecchiare un figliol prodigo che si vuole ricondurre all’ovile. Solo su un aspetto hanno picchiato, quello economico, attaccando pozzi e raffinerie in mano ai tagliagole, e facendo terra bruciata attorno a quei traffici. A tal proposito è significativo che di tutti i target importanti a disposizione, la Delta Force ha eliminato Abu Sayyaf, il responsabile delle operazioni finanziarie e del commercio clandestino di petrolio e gas.

D’altronde, oltre che in Siria, dove ha contro Governo siriano, i pur sporadici raid Usa (che non a caso si guardano bene dal toccare gli alleati qaedisti) e gli altri “ribelli” che lo vedono come un concorrente, l’Isis è impegnato pesantemente in Iraq, dove gioca la sua battaglia principale.

Ha preso gran parte di Ramadi, il capoluogo dell’Anbar sunnita, ma solo perché le milizie sciite, le uniche ad avere la forza e la determinazione di sconfiggerlo, sono state tenute fuori dalla battaglia dall’ottuso settarismo dei notabili sunniti e dalla reticenza dei comandi Usa nell’accettare il loro ruolo determinante nella liberazione e stabilizzazione del Paese.

Fra qualche giorno partirà la loro massiccia offensiva e finirà come a Tikrit e in centinaia di altre cittadine e villaggi già liberati dai tagliagole del “califfo”. Agli Usa, che per impedire la disfatta di un Esercito iracheno demotivato, male addestrato e inetto hanno effettuato appena venti (venti!) strike in tre giorni, non rimarrà che stare a guardare, sperando che la loro creatura riottosa non si sbricioli sotto l’impatto.

In Yemen va in scena un altro atto della tragedia che i Sauditi stanno imponendo alla regione nel tentativo di mantenere il loro potere. Quando il movimento Ansarullah ha spazzato via i fantocci attraverso cui controllavano il Paese, hanno perso la testa scatenando un’offensiva aerea terroristica per punire una Nazione che non voleva farsi assoggettare.

Da allora, nel consueto disinteresse di media e comunità internazionale, pronti a sollevarsi al cenno dei potenti ma esitanti dinanzi a chi detta legge dall’alto di una montagna di petrodollari, un Popolo sta pagando un prezzo di sangue e di sofferenze altissimo per affermare la propria indipendenza.

Il risultato, a parte le migliaia di morti e le infinite distruzioni, è stato di compattare la popolazione nella resistenza ad una aggressione feroce ma senza sbocchi. Anche qui procede la “pulizia” delle bande terroriste e dei fantocci al soldo di Riyadh, quando sarà finita, e ormai non manca molto, i Sauditi dovranno affrontare l’offensiva degli Houthi e delle Tribù che vorranno vendicare i propri morti.

In tutta l’area è in atto la resa dei conti che, con ogni probabilità, a breve vedrà coinvolto l’ultimo (e primo) fattore di oppressione e destabilizzazione: Israele. Dallo scontro, purtroppo ancora lungo e sanguinoso, emergerà un Medio Oriente diverso. Finalmente.

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