Un “eretico” Bergoglio fa impallidire l’establishment Usa

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di Salvo Ardizzone

Domenica s’è concluso il viaggio di Bergoglio negli Usa; un evento mediatico di enorme rilevanza, condotto da Francesco con indiscutibile abilità comunicativa.

Al di là dei singoli discorsi e dei tanti gesti calcolati, c’è stato un unico scopo in tutte le sei giornate trascorse in terra nordamericana: attraverso una narrazione più morale che religiosa, e dunque intimamente politica, schierare la Chiesa su una posizione propria, volutamente diversa da quella dell’Occidente egemonizzato da Washington e da Wall Street. In questo Bergoglio si stacca nettamente dai suoi predecessori, soprattutto da Wojtyla, schiacciato sulle posizioni Usa dalla sua ossessione anticomunista.

Nei suoi discorsi dinanzi al Congresso e poi all’Onu, ha costantemente (e volutamente) battuto su tempi più che indigesti, incomprensibili all’establishment degli Stati Uniti: la critica della ricchezza e la massima attenzione per i poveri, per i più sfortunati, suonano più o meno come una bestemmia in un Paese che considera il successo economico (comunque raggiunto) il segno principale della benevolenza di Dio, e la povertà l’equivalente di una colpa.

Allo stesso modo, la critica delle armi è un argomento largamente estraneo al sentire di un Paese che ha posto addirittura un emendamento alla Costituzione (peraltro ferocemente difeso dalla potente lobby delle industrie del settore) per permetterne la libera circolazione.

Ovviamente Bergoglio, che è tutt’altro che uno sprovveduto, su quelli come su tanti altri punti si è posto in posizione alternativa e contrapposta allo establishment Usa, anche religioso, ma lo ha fatto ponendosi al riparo di un’autorità morale. Un messaggio reso ancora più mediatico e pervasivo dall’insistenza sulle tematiche ambientali, oggetto di forte dibattito negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente.

A ben guardare, più e prima che cercare un dialogo con le classi dirigenti nordamericane, Bergoglio ha inteso mandare un messaggio netto di “diversità” della sua Chiesa, anche scontrandosi con le forti resistenze dell’Episcopato locale, che molto spesso condivide in pieno le tesi dell’establishment del Paese. Al contempo, dall’alto del prestigio morale, ha inteso rivendicarne la piena autonomia, ponendola come soggetto con cui trattare e la cui acquiescenza è tutt’altro che acquisita.

D’altronde, il suo rifiuto di omologarsi a un blocco a trazione americana è una costante, esternata da ultimo col netto diniego di esprimere una condanna per la Russia a seguito dei fatti di Ucraina, ma in precedenza in molte altre occasioni.

Quanto queste posizioni siano figlie di un autentico messaggio evangelico, o della volontà di strappare la Chiesa da una posizione ultimamente ancillare e funzionale ad altri blocchi per farne un centro di potere globale, o per altri fini ancora è presto per dirlo.

Resta il fatto che con Francesco, la tradizionale visione eurocentrica dei vertici del cattolicesimo, schiacciata sul concetto di un cosiddetto Occidente che ha in Washington il suo campione e “dominus” indiscusso è tramontata. È un Papa che viene dalle periferie del mondo ed è convinto che, in prospettiva, è da lì che può venire il futuro della Chiesa; e per farlo deve ribaltarne i rapporti di forza interni fin’ora esistenti. Di qui il suo messaggio “eretico”, che sposa appunto quello degli episcopati delle periferie, in antitesi con la realtà di quelli “occidentali” e più che mai di quello Usa.

Ciò che appare chiaro, e lo è ancor di più dopo questo viaggio assai più “politico” che religioso, è che Bergoglio, attraverso un messaggio morale di altissima risonanza, accresce la sua autorevolezza e il suo prestigio, ponendo la Chiesa come soggetto autonomo e centrale nel gioco geopolitico mondiale.

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