Speciale Ucraina: le motivazioni di una crisi – Parte I

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di Salvo Ardizzone

La crisi ucraina è ancora aperta e quale strada prenderà il suo epilogo lo dirà il futuro, ma il tempo che è passato ha fatto affiorare le cause, accertato i fatti e messo a fuoco le conseguenze che in ogni caso si porterà dietro.

Per moltissimi Russi, per diversi Europei e per alcuni Americani, ciò che è avvenuto rappresenta un fatto da cui in un modo o nell’altro verranno toccati e che segnerà un prima e un dopo. Certo, il mondo multipolare in cui viviamo è assai diverso di quello di anni fa, e l’Europa e ciò che le sta vicino conta abbastanza poco nei luoghi dove s’è spostato il fulcro del pianeta. Tuttavia, per questa parte del globo i fatti d’Ucraina sono stati e sono d’estrema rilevanza, e per non liquidarli sbrigativamente con le solite generalizzazioni, per chi vuol comprendere le motivazioni, la dinamica degli eventi e infine le diverse conseguenze su chi ha giocato la partita e chi ha finito per subirla, lo spazio d’un articolo non può bastare, così intendiamo trattare i tre aspetti separatamente, cominciando oggi dalle motivazioni.

In premessa occorre tener bene a mente che la partita che si gioca ancora, non riguarda semplicemente l’Ucraina, quanto il confronto fra una pluralità di soggetti che con scopi opposti, si contendono l’egemonia su quella parte d’Europa (un tempo definita Intermarium) che va dal Baltico al Mar Nero, da sempre luogo dello scontro fra l’area russa e l’area mitteleuropea e più in generale occidentale, che nel corso dei secoli ne ha spostato i confini a seconda delle alterne vicende della Storia.

L’Ucraina dunque: uno stato nato col referendum dell’1 dicembre del ’91, e per sfatare certi luoghi comuni, allora la popolazione (tutta, dall’Est all’Ovest) fu ben felice di separarsi dalla Madre Russia: l’84% si recò al voto con il 90% di si all’indipendenza. Da allora è stata governata come peggio è difficile immaginare, preda di un centinaio di oligarchi che ne controllano politica ed economia per i propri esclusivi interessi; per intenderci, oltre che avere in mano oltre l’80% del Pil, hanno espresso Presidenti e Primi Ministri (vedi Kucma, la stessa “Principessa del gas” Tymosenko e Janukovic),  assicurandosi immensi privilegi, una sequela di leggi ad personam e una pioggia di sussidi e contributi. Per il resto l’Ucraina è divisa in un Ovest agricolo e arretrato, un Est più ricco e industriale e la zona centrale attorno a Kiev dove si concentrano terziario e servizi; ma è tutta l’economia che, spolpata dagli oligarchi, lavora in perdita impedendo, tranne che in alcune ristrette aree dell’Est, lo sviluppo della società (per inciso: è fra i Paesi ex sovietici che meno hanno guadagnato in termini di potere d’acquisto dal ’91).

A questo s’aggiunge che la parte più evoluta dell’industria è legata per mercati e interscambi alla Russia, da cui ha una sostanziale dipendenza energetica soprattutto per il gas (circa il 57% dei fabbisogni), di cui i vecchi impianti ucraini consumano quantità enormi. Una situazione insostenibile che ha riempito le piazze in cerca d’un cambiamento (per capirci, le invettive vere della gente, non quelle pilotate, erano contro gli oligarchi e il loro strapotere, e risuonavano accomunando tutti, filo russi e filo occidentali); ma i morsi della crisi hanno spinto gli Ucraini a dividersi, gli uni guardando al “sogno” dell’Europa, gli altri alla Russia, scordando che entrambi avevano voluto l’indipendenza con entusiasmo.

È d’obbligo parlare della Russia: Putin, che la regge con mano di ferro fin dal 1999, ha un preciso programma geopolitico: vuole porre rimedio a quello che per lui è il più grande dramma del Novecento, la dissoluzione dell’Urss; pretende che la Russia torni ad essere una potenza globale e che con Usa e Cina detti le regole al  resto del Mondo. Attraverso l’Unione Eurasiatica intende recuperare lo spazio che fu dell’Unione Sovietica e l’Ucraina ne è una parte essenziale, ma il soft power non è per lui; certo, s’è mosso con intelligenza nella crisi siriana e nel dossier iraniano; s’è inserito bene all’interno del gruppo dei Brics, sfruttando l’insofferenza verso un Occidente troppo egoista e autoreferenziale; in Europa ha poi compiuto il suo capolavoro, stringendo un’intesa con la Germania che gli ha portato enormi dividendi politici in termini di condizionamento dell’intera Europa.

Ma tutto questo ha un limite preciso: non ha le risorse per sostenere le sue ambizioni; di più, per formazione e cultura sopravvaluta la carta militare (dispone infatti d’un formidabile arsenale nucleare e ha messo mano a un’imponente modernizzazione delle forze convenzionali che erano arrivate allo stremo) e sottovaluta la forza dell’economia e della finanza. Come abbiamo detto tante volte, la Russia è ridotta a un petrostato basato sugli idrocarburi, con infrastrutture che cadono a pezzi e industrie obsolete, e la forza finanziaria, dispersa fra oligarchi e sogni di grandezza imperiale, non può reggere una simile sfida di potenza; se la Storia può insegnar qualcosa, si ricordi che l’Urss collassò per ragioni analoghe, stroncata dalla dispendiosa corsa agli armamenti imposta a un’economia inadeguata, e anche oggi le avvisaglie (quelle che trattengono ancora il nuovo Czar di Mosca da mosse troppo avventate) si vedono già tutte. Sia come sia, per Putin esiste una “linea rossa”: non accetterà mai di vedere altri pezzi dell’antico Impero Sovietico inglobati nella sfera occidentale, e meno che mai nella Nato, come è accaduto a Polonia e Stati Baltici.

E qui parliamo di quegli altri attori europei, che sottotraccia hanno contribuito in modo esiziale a confezionare il pasticcio ucraino; in testa il Gruppo di Visegrad, costituito già nel ’91 per attrarre gli stati dell’ex Impero Sovietico nell’area europea e costituito da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ad esso si sovrappone la proposta lanciata da Polonia e Svezia nel 2008, e sostenuto a spada tratta dai Paesi Baltici, per agganciare tutta l’area di Intermarium in un partenariato con l’Ue, in chiave di contenimento della Russia. Le iniziative sono state tante, contribuendo a spostare equilibri e a far adottare agli oligarchi di Kiev una politica dei due forni fra Bruxelles e Mosca, per strappare concessioni da entrambe.

Per anni questa politica fu bilanciata da Germania e Italia, che tradizionalmente tenevano ai rapporti privilegiati con la Russia, ma, dopo un lungo silenzio, alla fine del 2013, Berlino ha sparigliato i giochi rinnegando vent’anni di Ostpolitik e lasciando sola l’Italia costretta ad allinearsi ai nuovi equilibri europei. È accaduto che la Merkel, forte della potenza economica tedesca, non intende più essere una spalla; vuole divenire egemone su tutta l’area di Intermarium, disposta a sacrificare a questo anche il rapporto privilegiato con la Russia. Nei suoi calcoli, dopo aver ridisegnato i rapporti di forza, sarà nelle cose poter ricostruire una nuova collaborazione con Mosca, ma su piani completamente diversi. È la spinta tedesca che si rivela determinante: solo l’appoggio di Berlino permette di immaginare un’Ucraina risucchiata nell’area europea e dà il via ai sommovimenti delle piazze.

Finiamo parlando degli Usa; Obama, condizionato dalla crisi economica e da un’opinione pubblica che non ne vuol più sapere di interventi all’estero come quelli della sciagurata era Bush, ha dedicato molte energie a districare il suo Paese da Iraq e Afghanistan; al contempo ha in agenda alcuni dossier che considera prioritari: il contenimento della Cina (per gli interessi americani ritiene l’Oriente assai più rilevante dell’Europa); il delicato ripristino dei rapporti con l’Iran, indispensabile per la stabilizzazione di tutta l’area Medio orientale; il raggiungimento d’un modus vivendi con l’inaffidabile (ex?) patner Saudita; l’ennesimo tentativo di gestire la piaga israelo–palestinese e l’esasperante (quanto in tutti i sensi  costoso) rapporto con Tel Aviv. Preso da queste iniziative, ha visto con disappunto crescere la crisi Ucraina, che distoglieva preziose risorse diplomatiche e rischiava di complicare enormemente molte delle sue attività.

Aveva subito con insofferenza il dinamismo della Russia, che s’era inserita sia nella crisi siriana che nelle trattative con l’Iran, e assistito con fastidio alle mosse della Germania, che mirava a proiettare il proprio controllo sull’Est Europa. Di iniziare una nuova politica di contenimento stile Guerra Fredda neppure a parlarne; l’ha detto chiaro, stoppando il Pentagono e altri circoli politici avidi di finanziamenti alle industrie degli armamenti; non riconosce alla Russia la statura dell’Urss (suscitando la rabbia di Putin). Ha atteso, e quando gli attori europei e russi sono stati a un passo dal trovare un accordo per loro ottimale, s’è mosso inserendosi nel gioco e sparigliando quello degli altri, con il fine preciso di ridimensionare in un colpo sia europei, che hanno visto frustrate le loro ambizioni di giocare in proprio, sia la Russia, costretta a concentrarsi sul cortile di casa dimenticando il resto del mondo, e a imbarcarsi in un’impresa che rischia di costarle assai più di quanto non si possa permettere. E c’è riuscito in pieno impiegando il minimo di energie.

Certo conseguenze ce ne saranno molte, e i giochi son tutt’altro che conclusi, ma è stato questo il quadro in cui si sono determinati gli eventi che andremo ad analizzare nel prossimo articolo.

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