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Trump in pericolo regala 1500 Mld ai ricchi

Salvo Ardizzone on 4 dicembre 2017 - 05:11 in Attualità, Primo Piano

Il Congresso Usa ha approvato la riforma fiscale voluta da Trump, che taglia le tasse a grandi imprese e ricchi e dimentica come sempre i poveri; Camera e Senato hanno varato un provvedimento destinato ad aumentare drasticamente le diseguaglianze in un Paese segnato già da sperequazioni estreme.

Nella riforma appena licenziata, le grandi imprese si vedono tagliare le aliquote fiscali del 35 al 20%, con la possibilità di rimpatriare gli utili non tassati pagando un modesto 10%; anche i ricchi festeggiano, vedendosi diminuire l’aliquota di circa il 9%; nulla per i poveri e i disagiati.

Il costo per l’erario, nei prossimi 10 anni, sarà di circa 1500 Mld di $; secondo le favole messe in giro da Trump e dai Repubblicani, esso dovrebbe essere compensato da una crescita travolgente, peccato che secondo i più ottimistici calcoli del Comitato fiscale del Congresso, essa non porterà più di 458 Mld, scaricando il resto sulle casse federali.

Nello stesso provvedimento, per la gioia delle assicurazioni, è stata colpita l’Obamacare, la riforma di Obama per dare un’assistenza sanitaria almeno a una parte di chi non può permettersela in un Paese dove il diritto alla salute è un lusso, che con l’aumento del costo delle polizze sanitarie permesso dalla riforma diverrà sempre più appannaggio esclusivo dei ricchi.

La riforma di Trump non è immediatamente esecutiva, i due rami del Congresso devono ora “conciliare” 7 punti divergenti nei testi approvati dalle due Camere; poca roba, un compromesso faranno presto a trovarlo e comunque l’impianto sostanziale del provvedimento non è in discussione.

A spingere per l’approvazione a tempo record della più grande riforma fiscale dai tempi di Reagan (30 anni fa), sono state soprattutto le feroci pressioni dei finanziatori del partito repubblicano e dell’Amministrazione Trump; con le elezioni di “mid-term” del 2018 che si avvicinano, la prospettiva che l’anno si chiudesse senza vantaggi determinanti per chi mette i soldi (tanti) nelle tasche e nelle campagne elettorali dei Repubblicani sarebbe stata disastrosa. Di qui la fretta per una riforma pensata per le grandi aziende e per i ricchi, come dimostra la sfrenata euforia di Wall Street.

Ma c’è un secondo motivo che ha spinto Trump a cercare disperatamente un successo politico: il Presidente è in grave difficoltà, soprattutto adesso che il superprocuratore Robert Mueller è giunto a un passo dalla Casa Bianca incriminando Michael Flynn, l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Seguendo la pista del Russiagate, Mueller ha scoperchiato le dilettantesche manovre dell’entourage di Trump, incastrando Flynn che ora rischia una condanna a cinque anni.

Messo alle strette, l’ex Generale si è dichiarato colpevole e ha cominciato a “collaborare”: secondo le indiscrezioni pubblicate dal Washington Post, nei suoi incontri con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak si sarebbe coordinato con Jared Kushner, genero e superconsigliere di Trump, col pieno avallo del Presidente.

Malgrado le pronte smentite della Casa Bianca, Mueller è sempre più vicino al cerchio più ristretto dell’Amministrazione e allo stesso Trump; inutile analizzare l’intricata matassa di un’indagine che punta a mettere sotto scacco una Presidenza invisa all’establishment di Washington, è un fatto che la banda raccogliticcia d’arrivisti catapultata alla Casa Bianca col più improbabile dei presidenti abbia commesso i più stupidi degli errori nel tentativo di fare i propri interessi. Basta la diplomazia parallela di Kushner, il giovane palazzinaro amico personale di Netanyahu, per mandare in bestia lo Stato Profondo Usa.

Per molto tempo le Agenzie federali hanno pensato di mettere sotto ricatto Trump e la sua Amministrazione, lasciandogli un ruolo di facciata dietro cui perseguire indisturbati i propri interessi, ma la totale inaffidabilità del Presidente e della sua cerchia le sta convincendo ad alzare il tiro per neutralizzarlo, alla peggio sbarazzandosene anche a costo di puntare a un impeachment.

Per gli Stati Uniti si tratta di un gioco al massacro che li sta condannando alla paralisi e alla conseguente irrilevanza nel momento in cui stanno cambiando gli equilibri del mondo; per tutti bastino gli esempi della crescente marginalizzazione degli Usa in Medio Oriente, e dell’inconcludente quanto pericolosa politica (se così si può definire) in Estremo Oriente, con la sterile contrapposizione alla Cina e l’incosciente gestione della crisi coreana.

La Presidenza Trump, che anche in caso di un futuro impeachment continuerà a paralizzare a lungo Washington, sta segnando il declino dell’imperialismo Usa, più che mai cinico e criminale, ma sempre più incapace d’esercitare un dominio globale.

di Salvo Ardizzone

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