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Trump all’Onu, 41 minuti di delirio

Salvo Ardizzone on 21 settembre 2017 - 05:02 in Medio Oriente, Primo Piano

Il primo discorso di Trump all’Onu è stato una sequela d’invettive accolte dalla freddezza generale, con l’unica eccezione di un Netanyahu raggiante.

Dinanzi alla 72^ Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente Usa ha cominciato autoincensando la sua disastrosa Amministrazione e sostenendo che “sono tempi di opportunità straordinarie”, in stridente contrasto con quanto appena detto dal Segretario Generale Guterres nel suo discorso d’apertura (“Siamo un mondo in pezzi”, e ancora: “La fiducia fra i Paesi viene ridotta da chi demonizza e divide”). E tutti i 41 minuti del discorso di Trump sono stati basati sull’esaltazione dell’”America First” da lui vagheggiata, e sulla demonizzazione di quanti pensano di opporsi al giogo dello Zio Sam.

Per farlo il Tycoon ha rispolverato il concetto di “Stati canaglia” tanto caro all’Amministrazione Bush, dando ovviamente la precedenza alla Corea del Nord che ha esplicitamente minacciato di completa distruzione, ponendosi per obiettivo l’eliminazione del regime di Kim Jong-un.

Ha proseguito riferendosi all’Iran con parole semplicemente inaccettabili: non solo ha criticato il Jcpoa, l’Accordo sul nucleare iraniano voluto e siglato dal suo predecessore Obama e che ora minaccia d’abbandonare unilateralmente, ma ha accusato la Repubblica Islamica di essere “uno Stato canaglia che esporta violenza, sangue e caos….che sotto una facciata di democrazia nasconde un Governo violento”, ed ha concluso sostenendo che l’Occidente deve porre fine al sistema politico iraniano, definito regime, non senza aver citato Hezbollah come una minaccia per i Paesi arabi pacifici. Inutile dire come a questo punto del discorso di Trump Netanyahu esultava, unico fra il critico brusio dell’Assemblea.

Ma il Presidente ha continuato, mettendo insieme al-Qaeda ed Hezbollah, Isis e Talebani, come motivazione della prosecuzione della missione Usa in Afghanistan e del mantenimento di truppe Usa in Iraq e Siria, dirigendo le invettive anche sul Governo di Damasco, definito un regime criminale. Quindi il discorso di Trump ha virato verso Cuba e il Venezuela, per affermare che non toglierà le sanzioni a l’Avana (circolano anzi voci insistenti sulla chiusura dell’Ambasciata Usa appena aperta), e per minacciare pesantemente Caracas, a cui ha dedicato assai più tempo che a Cuba in un crescendo scomposto.

Critiche (e minacce) ci sono state anche per l’Onu, accusato di non risolvere i problemi (ovviamente nel senso voluto da Trump) e di costare troppo, e ventilando un taglio unilaterale dei contributi Usa, ritenuti ingiusti.

In tutto il discorso di Trump non una parola è stata spesa sulla crisi dei Rohingya, né, ovviamente, sul processo di pace in Medio Oriente, ma neppure sulla questione del clima, malgrado la serie senza precedenti di tornado che sta devastando Caraibi e Usa, smentendo con i fatti le bufale interessate dei negazionisti.

Emmanuel Macron, che ha colto l’occasione per mettersi sotto i riflettori, nella mattinata ha discusso con Trump sul clima, solo per sentirsi rispondere col solito ottuso ritornello: “l’Accordo di Parigi è ingiusto con gli Usa”.

Nella realtà il discorso di Trump è stato poco più d’un delirio recitato da un guitto arrogante dinanzi a una gelida Assemblea, con l’unica evidente approvazione di Israele. La misura dello scollamento dalla realtà del Presidente è data dall’evidente imbarazzo della delegazione Usa (inequivocabili le foto circolate) e dal fatto che anche la Ue, che conta poco o nulla, si è potuta permettere di criticare pesantemente Trump, dichiarando con la Mogherini che l’accordo sul nucleare iraniano è un patrimonio del mondo e non degli Stati Uniti.

Il Presidente Usa sta dimostrando tutti i suoi limiti e le sue debolezze: messo sotto scacco dalle Agenzie Federali, incapace d’imbastire una linea politica che sia tale, s’aggrappa agli unici punti fermi che ha, ed il legame cucito dal genero Jared Kushner con Israele rimane assolutamente centrale. Un vincolo che il Tycoon intende mantenere malgrado le perplessità dello Stato Profondo Usa, preoccupato sia di dover pagare un prezzo troppo alto, che di dover distogliere l’attenzione da teatri ritenuti ormai più importanti, in primis l’Asia-Pacifico, per assecondare gli interessi di Tel Aviv.

Ultima notazione, è la sostanziale mancanza di riferimenti alla Russia (ad eccezione di una fugace citazione sulla crisi coreana), sia perché una polemica con essa non nelle corde profonde del Tycoon, che con tutta probabilità vorrebbe ricucire con il Cremlino ma è bloccato dall’establishment Usa, sia perché Mosca è ormai considerata un bersaglio troppo grosso per essere attaccata a cuor leggero.

Sia come sia, il discorso di Trump è lo specchio di un’Amministrazione allo sbando, rozza e scollegata dal mondo che è ormai cambiato. I tempi dell’unilateralismo Usa, e dei suoi danni nefasti, sono tramontati, con buona pace di Israele che vorrebbe restaurare un sistema di potere ormai in pezzi da anni.

di Salvo Ardizzone

 

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