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Trump in Asia tra arroganza e impotenza

Salvo Ardizzone on 13 novembre 2017 - 05:10 in Asia, Primo Piano

Il viaggio di Trump in Asia è caratterizzato da due elementi: arroganza e impotenza; in tutti i dossier trattati non è stato raggiunto alcun obiettivo di una strategia dell’Asia-Pacifico sempre più appannaggio dei militari, che stanno facendo somigliare l’Amministrazione Usa sempre più a una Giunta.

Sulla crisi coreana non è stato fatto alcun passo avanti, salvo il via libera al rafforzamento del Giappone (per la felicità dell’apparato industriale militare Usa) che tuttavia intende seguire una propria agenda nella regione, non sovrapponibile agli interessi americani. Né sono state ascoltate le istanze della Corea del Sud, sempre più preoccupata di divenire per la seconda volta il terreno di uno scontro per l’affermazione dello Zio Sam che la distruggerebbe.

Anche la visita a Pechino s’è risolta in un nulla di fatto: gli ingenti investimenti decisi da Xi Jinping, più che riequilibrare la bilancia commerciale fra i due Paesi, come ingenuamente richiesto da Trump e comunque non un obiettivo strategico per il potere Usa, servono a dare sfogo alla sovrapproduzione cinese, né più né meno che la criticata (da Washington) Belt and Road Initiative (Bri).

Dietro la faraonica accoglienza che ha stordito il Presidente americano non c’è stata alcuna concessione, né sui rapporti con la Corea del Nord, che Pechino non ha alcun interesse a mettere alle corde, né tantomeno sui programmi di espansione politico-commerciale globali, che Xi Jinping giudica essenziali per lo sviluppo della Cina.

La stessa visione dell’Asia-Pacifico al centro del viaggio di Trump in Asia e annunciata dal Presidente al vertice Apec di Da Nang, in Vietnam, che ha visto riuniti i Paesi dell’area, ricalca la strategia dettata dal Comando Usa del Pacifico (Pacom), che mette dentro l’India come fulcro del contenimento di Pechino. E questo perché Delhi, malgrado nulla abbia a che fare col Pacifico, rientra tuttavia nell’area di responsabilità del Pacom e dunque nei suoi programmi complessivi.

Patetica è stata poi la sceneggiata a cui Trump è stato costretto al vertice di Da Nang: in margine ai colloqui dell’Apec avrebbe voluto incontrare Putin, salvo trovare la netta opposizione dell’establischment Usa che glielo ha impedito, facendo saltare il summit già concordato. The Donald intendeva provare a svelenire il clima di tensione con la Russia, inammissibile per lo Stato Profondo americano che ha posto il veto; surreali sono state le immagini di Trump che ha tentato in ogni modo di scambiare qualche frase col Presidente russo durante i lavori. Lo stesso comunicato congiunto sulla Siria è aria fritta, un contentino offerto dall’establishment che ribadisce quanto arcinoto da tempo.

Adesso del viaggio di Trump in Asia resta la visita nelle Filippine, tutt’altro che secondaria, ma anche lì saranno i militari a dettar l’agenda su una Nazione che lo Stato Profondo Usa ha sempre considerato una sorta di colonia.

Mentre tre portaerei dell’Us Navy sono impegnate in colossali manovre nei pressi della penisola coreana, il viaggio di Trump in Asia dimostra fondamentalmente che la Presidenza non ha una strategia politica nel quadrante più rilevante del mondo; inadeguata e messa sotto scacco dalle indagini del Russiagate, è costretta a lasciare la gestione agli apparati, ben felici di gestire i propri interessi di lobby dietro lo schermo dell’Amministrazione.

In poche parole, l’America non ha una politica estera complessiva e malgrado la consueta arroganza lo Zio Sam è sempre più impotente.

di Salvo Ardizzone

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