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Il test nucleare di Pyongyang danneggia Pechino

Salvo Ardizzone on 7 settembre 2017 - 05:07 in Attualità, Primo Piano

Il test nucleare della Corea del Nord (il sesto) ha danneggiato Pechino per almeno due ragioni: per prima cosa ha oscurato il summit dei Brics svoltosi a Xiamen fra il 3 e il 5 settembre; Xi Jinping intendeva rilanciare l’associazione e sfruttare l’evento per promuovere la Belt and Road Initiative (Bri, o Nuove Vie della Seta), a causa della crisi internazionale suscitata dal test nucleare le ragioni del summit sono passate in secondo piano.

Inoltre, il test ha dimostrato che la Cina può assai poco sul regime di Pyongyang; Pechino non vuole una Corea del Nord potenza nucleare, ma quel Paese è per lei strategico sia perché è un cuscinetto che impedisce a Washington di schierarsi sui suoi confini, sia perché l’implosione del regime le rovescerebbe addosso una marea incontrollata di profughi che non intende accettare.

Secondo diversi analisti, esasperando la situazione Pyongyang vorrebbe costringere Pechino a mediare con gli Usa e con i suoi alleati regionali (Giappone in testa, oltre ovviamente la Corea del Sud) lasciando che sia la Cina a pagarne il conto.

D’altro canto, la Corea del Nord sta mettendo gli Usa in seria difficoltà perché le strategie messe in campo per contenerla si stanno rivelando inutili; con i suoi continui rilanci Kim Jong-un sta spingendo Washington con le spalle al muro dimostrandone l’impotenza, e la contrapposizione di fondo che divide Usa e Cina impedisce che i due massimi Paesi possano trovare una seria via comune; in questo modo il regime di Pyongyang guadagna tempo e quando sarà il momento di discutere esso sarà una potenza nucleare in piena regola, e tratterà con Washington e con chiunque altro da una posizione di forza.

Infine, la crisi determinata dal test nucleare effettuato al culmine di una serie di lanci missilistici giunge in un momento particolarmente delicato per Xi Jinping, impegnato allo spasimo nella preparazione del 19° Congresso del Partito Comunista, che come da copione sancirà il suo secondo mandato, ma che secondo molti analisti dovrebbe gettare le basi per un terzo, cosa mai accaduta dai tempi di Mao.

Allo stato, fra Cina e Usa non esiste accordo per una soluzione e, al di là degli sproloqui di Trump, e dell’ovvia irritazione di Xi Jinping, l’unica alternativa sul campo ad una seria trattativa con Pyongyang sarebbe una guerra preventiva dai costi altissimi e dagli sviluppi assolutamente imprevedibili, perché il solito attacco limitato tanto caro alle Amministrazioni Usa non solo non sortirebbe risultato alcuno, ma esporrebbe Corea del Sud e Giappone (e le basi americane dell’area) a rappresaglie pesantissime che nessuno sbandierato scudo antimissile potrebbe parare (come ben sanno i generali del Pentagono che per questo rimangono insolitamente cauti).

Una situazione estremamente delicata per gli alleati Usa del Pacifico e soprattutto per la Corea del Sud, che pur avendo avuto una reazione durissima al test nucleare, sa troppo bene che non solo pagherebbe un prezzo insopportabile per una guerra, ma che pure dovrà pagare il costo principale di una distensione con il Paese confinante. Una situazione che già adesso sta incrinando i rapporti con gli Stati Uniti, che comincia a percepire non più come protettori ma origine di crisi.

Ciò che è certo è che la partita che si sta svolgendo in Estremo Oriente è di portata enorme; il test nucleare fa parte di una colossale partita a poker scandita dai rilanci di Pyongyang, che sta sovvertendo gli equilibri fra le maggiori potenze e il cui costo crescente sta cominciando a pagarlo anche la Cina, in un momento per lei assai delicato.

di Salvo Ardizzone

 

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