Sul sangue di Deir Yassin… nasceva Israele

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di Manuela Comito

Il 9 aprile ricorre il 66esimo anniversario del massacro di Deir Yassin. Diverse settimane prima della fine del Mandato Britannico in Palestina, nella notte tra il 9 e il 10 aprile 1948, “il tranquillo villaggio arabo di Deir Yassin, un sobborgo di Gerusalemme, fu sorpreso dagli altoparlanti che esortavano gli abitanti ad evacuare immediatamente il paese. Gli abitanti si svegliarono, in uno stato di confusione e paura cercarono di verificare cosa stesse succedendo e si trovarono circondati da ogni parte da bande ebraiche. Gli ebrei approfittarono della paura e della disorganizzazione che regnavano per uccidere e mutilare persone prive di qualsiasi opportunità di difendersi”, secondo quanto documentato da Issa Nakhleh, nel suo Encyclopedia of the Palestine Problem.

Un commando composto dall’Irgun (un gruppo terrorista sionista che operò nel corso del Mandato britannico sulla Palestina dal 1931 al 1948) e dalla Banda Stern (organizzazione armata di matrice sionista) attaccò il villaggio in cui all’epoca vivevano circa 750 palestinesi. Il villaggio di Deir Yassin era situato al di fuori dell’area assegnata dalle Nazioni Unite allo Stato ebraico e aveva una reputazione pacifica, ma si trovava in una posizione strategica, su un’altura tra Tel Aviv e Gerusalemme. L’Haganah, che aveva elaborato il Piano Dalet in cui aveva incluso anche il villaggio di Deir Yassin, si servì delle forze terroristiche dell’Irgun e della Banda Stern per distruggere il villaggio. Più di cento tra donne, bambini e uomini furono brutalmente assassinati, 55 bambini orfani furono abbandonati lungo il muro della Città Vecchia, dove vennero trovati da Hind Hussein, che li condusse alla propria abitazione che diventerà in seguito l’Orfanotrofio Dar El-Tifl El- Arabi.

Quattro terroristi appartenenti al commando furono uccisi da alcuni palestinesi, che tentarono invano di difendere gli abitanti del villaggio. 25 palestinesi furono caricati sui camion e condotti attraverso il quartiere Zakhron a Gerusalemme Est e poi portati in una cava di pietra lungo la strada tra Givat Shaul e Deir Yassin e lì uccisi. I superstiti furono costretti a raggiungere Gerusalemme Est. Il massacro fu pianificato per seminare il terrore e il panico tra la popolazione palestinese in tutte le città e paesi della Palestina, al fine di intimidire gli abitanti e obbligarli a fuggire per poter confiscare le loro case e le loro terre ad uso dei coloni ebrei. La tattica degli ebrei sionisti era di intimorire le persone indifese perché fuggissero dalle loro case per la paura di perdere la vita.

Secondo quanto riportato da Arabcomint, la sera stessa del massacro, i componenti del commando si riunirono in una casa nel vicino insediamento di Givat Shaul, dove discussero di quanto avevano appena compiuto, giustificando la loro violenza con il pretesto che il villaggio di Deir Yassin fosse diventato un punto di aggregazione degli arabi, compresi iracheni e siriani, i quali stavano pianificando di condurre un attacco contro la periferia occidentale di Gerusalemme. Il New York Times del 10 aprile del 1948 diede grande risalto all’accaduto, sottolineando anche il ruolo di supporto di 25 membri della milizia Haganah e tre giorni dopo, il 13 aprile, riportò il conteggio finale delle vittime: 254. Mentre uno studio del 1987 condotto dal Centro di Ricerca e Documentazione della Società Palestinese di Birzeit documentò che il numero delle vittime si aggirava intorno alle 120. Su questo punto le fonti sono molto controverse. Sembra che all’epoca i dati fossero stati forniti dall’Agenzia Ebraica, che li aveva volutamente “gonfiati” per creare panico tra la popolazione araba e fare in modo che lasciasse la propria terra, su cui sarebbe sorto lo stato di Israele.

Lo stesso comandante dell’Irgun confermò che l’esagerazione era stata fatta con l’idea di portare “la popolazione araba in una situazione di panico”. E i palestinesi cavalcarono questa esagerazione sperando di unire gli abitanti dei villaggi limitrofi contro i gruppi ebraici, cosa che non avvenne; anzi, di fronte alla barbarie perpetrata e raccontata i palestinesi fuggirono. “Quello fu il nostro più grande errore. Non capimmo come la gente avrebbe reagito” dichiarò 50 anni dopo in un’intervista alla Bbc Hazam Husayni, che nel 1948 lavorava presso il Palestinian Broadcasting Service. I leader dell’Haganah si affrettarono a ridimensionare le proprie responsabilità, a negare di aver avuto un ruolo e presero le distanze dai terroristi dell’Irgun e della Banda Stern, proprio come era accaduto dopo l’attentato al King David Hotel nel luglio del 1946. In seguito, dichiararono che il massacro aveva “disonorato la causa dei combattenti ebrei e la bandiera ebraica” e ammisero di aver supportato il commando, senza però prendere parte attiva al rastrellamento e ai saccheggi.

Di circa 144 abitazioni, 10 furono fatte saltare in aria, il cimitero fu raso al suolo e Deir Yassin fu cancellato dalla carta geografica, triste sorte che verrà condivisa da altre centinaia di villaggi palestinesi negli anni successivi. Deir Yassin non esiste più, ora è semplicemente conosciuto come l’area tra Givat Shaul e l’insediamento di HarNof. Il massacro dei palestinesi a Deir Yassin è uno degli eventi più significativi della storia palestinese del XX secolo. Questo non a causa delle sue dimensioni o della sua brutalità, ma perché fu l’evento centrale della Nakba, che vide lo spopolamento di oltre 400 villaggi e città arabi e l’espulsione di più di 700 mila palestinesi.

Secondo quanto riporta Issa Nakhleh, nel suo Encyclopedia of the Palestine Problem, “Il crimine di Deir Yassin commosse il mondo, che chiese alla Croce Rossa Internazionale di accertare la verità. Il rappresentante della Croce Rossa, Jacques Reynier, chiese il permesso all’Agenzia Ebraica per visitare il luogo del massacro. La concessione di questo permesso ritardò 24 ore, mentre gli ebrei cercavano di cancellare le tracce dei loro crimini. Misero insieme tutto quello che potevano delle parti dei corpi mutilati delle vittime che erano sparsi, li gettarono nella cisterna del villaggio e la sigillarono. Fecero tutto il possibile per cancellare qualsiasi segno visibile che gli occhi del rappresentante della Croce Rossa potesse trovare. Tuttavia, visitando il luogo dei fatti, il rappresentante della Croce Rossa scoprì la cisterna e trovò centocinquanta corpi mutilati di bambini e donne. Poté solo esprimere il suo orrore, disgusto e spavento dichiarando che “la situazione era orribile”. Oltre ai corpi che aveva trovato nella cisterna, il rappresentante della Croce Rossa scoprì molti altri cadaveri sparsi per le stradine del paese e sotterrati sotto le macerie delle case distrutte. Reynier trovò sotto un mucchio di cadaveri una bambina di sei anni gravemente ferita, ma che non era ancora morta. Tirò fuori la bambina da sotto i resti umani e la portò con sé all’ospedale. Tutto quello che l’Agenzia Ebraica (l’organismo responsabile in quel momento delle attività delle bande ebree) fece fu esprimere il suo dissenso e condannare quanto accaduto come se fosse stata del tutto all’oscuro dei fatti”.

In seguito fu istituito il “Deir Yassin Remembered”, un’organizzazione senza fini politici, con il solo intento di rendere giustizia alle vittime del massacro, con la costruzione di un memoriale dove un tempo sorgeva il villaggio. L’organizzazione vuole anche promuovere la diffusione della cultura e della storia palestinese, al fine di rimuovere il pregiudizio verso un popolo che vive, da prigioniero, nella sua stessa terra. La pulizia etnica contro il popolo palestinese continua ancora oggi. Ogni giorno i Palestinesi subiscono la violenza dell’occupante, alla quale reagiscono con dignità e coraggio, sotto lo sguardo indifferente della Comunità Internazionale.

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