Striscia di Gaza: a cinque mesi dalla fine del conflitto la miseria è l’unica certezza per i gazawi

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di Manuela Comito

Sono passati cinque mesi dall’ultima offensiva israeliana contro la popolazione della Striscia di Gaza. “Protective Edge” si è conclusa con un bilancio drammatico, che ben rispecchia la sproporzione delle forze in campo: 2140 civili uccisi, 11mila feriti, 500mila sfollati tra i palestinesi; sei civili uccisi, 80 feriti, nessuno sfollato da parte israeliana. Molti degli sfollati avevano trovato momentaneo rifugio nelle strutture delle Nazioni Unite, soprattutto nelle scuole, sistematicamente bombardate senza alcuna pietà dai militari israeliani.

Secondo l’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, 17mila sono le abitazioni distrutte e quasi 40mila quelle rese inagibili. La ricostruzione dovrebbe già essere stata avviata ma ciò non può avvenire dal momento che le autorità israeliane impediscono l’ingresso dei materiali edili necessari con il solito pretesto che Hamas potrebbe servirsene per fabbricare armi. Il 12 ottobre 2014 appare sul sito di Human Rights Watch un’accurata relazione di Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo di Hrw della divisione Medio Oriente e Nord Africa. La Whitson dichiara: “Coloro che si sono impegnati a finanziare la ricostruzione di Gaza devono costringere Israele a rimuovere le restrizioni ingiustificate che peggiorano una situazione umanitaria già drammatica e puniscono inutilmente i civili. Il Consiglio di Sicurezza deve condannare le restrizioni israeliane che non sono necessarie per la sicurezza”.

Il 16 settembre 2014 Robert Serry, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Medioriente, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza che il governo di Tel Aviv e l’Autorità Palestinese erano giunti ad un “accordo temporaneo” per la consegna dei materiali necessari per la ricostruzione di Gaza, sotto il controllo e la supervisione delle Nazioni Unite. L’accordo prevedeva che l’Onu e il governo palestinese garantissero che i materiali non sarebbero stati utilizzati per scopi militari; per questo, l’Onu, il governo e le aziende palestinesi coinvolte nei lavori di ricostruzione erano tenuti a seguire scrupolosamente ogni fase, dall’arrivo dei materiali, al trasporto e allo stoccaggio, perché Israele non avesse a temere per la propria sicurezza.

Se da parte palestinese si esigeva precisione e rispetto delle regole, così non è stato per Israele: l’accordo, infatti, concedeva ampia discrezionalità alle autorità israeliane di negare le importazioni a Gaza, e non conteneva norme per risolvere le controversie, obbligare Israele a rimuovere le assurde restrizioni che impone all’ingresso dei materiali, o permettere che Kerem Shalom, l’unico valico da cui possono essere introdotti i materiali a Gaza, potesse funzionare a pieno regime. In base all’accordo, Israele mantiene efficacemente il potere di determinare ciò che può essere costruito a Gaza. Niente è cambiato in questi cinque mesi. I materiali non entrano, o entrano con il contagocce e sono insufficienti.

Secondo Hrw, ciò che occorre non sono misure straordinarie ma un radicale cambiamento della politica israeliana, le cui assurde e immotivate restrizioni allontanano la fiducia dei donatori internazionali che potrebbero significativamente contribuire alla ricostruzione di Gaza.
E mentre nei palazzi del Potere si cerca, ma senza alcuna fretta, il modo di sbloccare la situazione senza “far arrabbiare il padrone”, l’inverno incombe sui gazawi, in particolare su quel 30% della popolazione che contro il freddo e le intemperie issa teloni di plastica tra le macerie di quelle che prima erano le loro abitazioni, le loro scuole, le loro moschee.

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