A 40 anni dalla strage… Chi sparò ad Acca Larenzia?

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Il 7 Gennaio 1978 un commando di estrema sinistra apre il fuoco contro cinque ragazzi usciti dalla sezione missina di via Acca Larenzia a Roma. Vengono uccisi Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Nelle ore successive, durante i disordini di piazza, viene ferito a morte Stefano Recchioni, uno dei giovani accorsi per solidarizzare con le vittime. Valerio Cutonilli, avvocato e scrittore, ha dedicato a quei fatti il libro “Chi sparò ad Acca Larenzia?” recentemente edito come pubblicazione indipendente su Amazon.

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Copertina libro

D: Cutonilli, perché dedicare un libro a un fatto che non è certo tra i più noti degli anni piombo?

R: Lo scopo è proprio quello di far conoscere una vicenda di estrema rilevanza rimasta (colpevolmente) sconosciuta a buona parte dell’opinione pubblica. Non si deve incorrere nell’errore di liquidare il 1978 solo come l’anno dell’omicidio Moro. Il bagno di sangue del 7 Gennaio 1978 diede avvio a una lunga spirale di violenza che attinse giovani di opposta ideologia ed esponenti delle istituzioni. Per questo l’eccidio di Acca Larenzia è una tragedia nazionale e va ricordata come tale.

D: Può riassumerci la lunga spirale di violenza a cui accennava?

R: I fatti del 7 Gennaio 1978 contribuirono in modo notevole – è una spiegazione, non certo una giustificazione – all’accelerazione del processo che condusse una parte non irrilevante delle nuove generazioni del neofascismo alla scelta irrecuperabile della lotta armata. La vendetta cieca dell’estrema destra non tardò ad arrivare. Ne fecero le spese prima Roberto Scialabba, poi Ivo Zini, due giovani di sinistra assassinati, vittime innocenti al pari di Bigonzetti, Ciavatta, Recchioni. Ma la scia di sangue proseguì a lungo. In occasione della prima ricorrenza dell’eccidio di via Acca Larenzia a perdere la vita fu Alberto Giaquinto, un ragazzo rimasto ucciso da un agente di polizia. Ma la lista delle vittime è davvero interminabile.

D: Nel libro lei si chiede se quella mattanza fu spontanea o voluta da qualcuno che agiva dietro le quinte…

R: L’attuale dibattito sul 1978, incentrato essenzialmente sul caso Moro, è caratterizzato (semplificando) dalla contrapposizione tra quanti ritengono che sugli anni di piombo non vi siano misteri da svelare e chi sostiene la tesi d’inconfessabili trame a monte della verità ufficiale. A mio personale avviso entrambi i “partiti” sbagliano. Mi sembra che siano molti, troppi i conti che non tornano. Ma al contempo credo che la tendenza a colmare i vuoti di conoscenza spacciando le congetture per certezze, prive di condizionali e quasi sempre tese a gratificare politicamente chi le diffonde, nuoccia gravemente alla ricerca. Acca Larenzia lo dimostra in modo chiaro.

D: Perché?

R: Si tratta di un eccidio deciso ed eseguito da una componente del “Movimento”, secondo una logica di spontaneismo armato, riconducibile agli ambienti dell’ormai disciolto Potere Operaio. Un atto di odio ideologico autentico, frutto della guerra civile tra rossi e neri ereditata dalle fasi conclusive del conflitto mondiale, passata sotto traccia per alcuni decenni e riesplosa infine durante gli anni di piombo. Stesso discorso vale per gli omicidi di Scialabba e Zini. I complottisti seriali, tesi soltanto a individuare il grande burattinaio, dipinto ovviamente in base ai gusti politici, svalutano questi elementi sino a disconoscerli. Un errore grave e pericoloso perché nella tragedia degli anni di piombo ci abbiamo messo del nostro. E non capirlo potrebbe esporre l’Italia, una nazione da sempre lacerata da divisioni interne, a nuovi pericoli. Magari sotto forme diverse e meno intense rispetto al passato. Ciò non toglie però che alcuni aspetti dell’attentato di Acca Larenzia suscitino sospetti di una strategia più complessa. Per esempio, la presenza nel commando omicida di un tiratore troppo più esperto dei suoi compagni, mere comparse di quartiere della lotta armata. Si tratta dell’uomo mai identificato che impugnava l’arma calibro 38, quella che uccide sia Bigonzetti sia Ciavatta. Non basta certo questo per affermare con certezza l’esistenza di un piano più articolato. Ma il dubbio permane. Un assassino strutturato non può non aver compreso che quella mattanza – in danno del mondo neofascista, non certo di pacifisti gandiani – avrebbe scatenato una reazione furibonda facendo deflagrare nella Capitale lo scontro tra opposti estremismi. Non è che l’obiettivo dell’eccidio di Via Acca Larenzia, mimetizzato in una brutale azione di antifascismo territoriale, era proprio questo?

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I tre giovani assassinati il 7 gennaio 1978 ad Acca Larenzia

D: Lei stesso però nel libro evidenzia che la capacità militare di un terrorista non significa necessariamente una collocazione a livelli politici elevati…

R: Vero, ma quanto accadde nelle ore successive agli omicidi di Bigonzetti e Ciavatta rafforza notevolmente i miei sospetti. Il libro contiene rivelazioni anche sulla morte di Recchioni. Confuso tra la folla dei ragazzi di destra accorsi nelle vicinanze della sezione missina, agì un provocatore esterno. Un uomo mai identificato (a mio avviso non fu lui a uccidere Recchioni) che aprì il fuoco contro i Carabinieri, dileguandosi subito dopo, per indurli a sparare contro i giovani neofascisti disarmati. L’operazione riuscì pienamente. Nei giorni successivi la rappresaglia dei neri non si fece attendere. Il 10 Gennaio 1978, per la prima volta nel dopoguerra, l’estrema destra romana ingaggiò un conflitto armato contro le forze dell’ordine che durò ore. Furono sparate diverse centinaia di proiettili, 65 giovani furono arrestati.

D: Può spiegare il suo parallelo dell’omicidio Recchioni con quello di Benno Ohnesorg, lo studente ucciso a Berlino Ovest nel 1967?

R: Tutti conosciamo la tragedia di Ohnesorg, il ragazzo di sinistra ucciso durante una manifestazione di protesta contro la visita dello Scia di Persia in Germania. Al poliziotto che lo uccise venne riconosciuta la scriminante della legittima difesa. Quel verdetto fu vissuto dai giovani di sinistra come una grave ingiustizia. Contribuì in modo rilevante – anche qui è una spiegazione, non una giustificazione – nella scelta violenza di molti ragazzi tedeschi dell’epoca. Negli ultimi anni, tuttavia, si è scoperto che l’omicida di Ohnesorg era un agente infiltrato della Germania Est. Non vi è prova di una regia diretta della Stasi nell’omicidio (anche se ne sono convinti ormai in molti) ma le nuove risultanze probatorie riferite dalla stampa sembrano convalidare le tesi da sempre sostenute dalla sinistra: non vi sarebbe stata alcuna legittima difesa. Talune entità, del resto, non si sono mai fatte scrupolo di speculare sui sentimenti incandescenti delle nuove generazioni per porre in essere operazioni destabilizzatrici. Anche su Acca Larenzia, ora che abbiamo scoperto la presenza di un provocatore armato, aleggia il fantasma di una operazione sporca condotta sulla pelle di tre ragazzi e di una intera generazione. A poche settimane dal sequestro Moro.

di Redazione

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