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In Siria neanche gli alberi trovano pace

Redazione on 2 maggio 2018 - 01:06 in Attualità, Primo Piano

Prima che mezzo mondo iniziasse a fare la guerra contro la Siria, questo era un Paese che si reggeva principalmente, oltre che all’esportazione di petrolio e gas, di prodotti agricoli. Il territorio siriano è per circa cinque milioni di ettari coltivabile e per più di otto milioni destinato al pascolo. Insieme al petrolio e al gas, l’agricoltura rappresentava il 21% del Pil nazionale.

siriaGli alberi sono come i miei figli

Vi raccontiamo la storia di Abu Ali, uno dei contadini che si trovava in una delle fattorie della Douma meridionale. Il suo terreno si estendeva in un’area di 15mila metri quadri. Nella stagione invernale piantava grano, orzo, prezzemolo, cipolla, ravanello, lattuga, coriandolo, fagioli e piselli mentre a metà aprile spediva sempre una grande quantità di raccolti nei mercati di Douma o Damasco. Tutto questo prima che uno dei tanti gruppi armati stazionati in Siria trasformasse la sua fattoria in un campo di battaglia, i suoi raccolti in tunnel e trincee e riempito la sua terra di mine. Non c’è nemmeno più acqua potabile. I vicini sono gli unici che possono aiutare a procurargliela. “La terra è un onore, spero di poterci tornare il più presto possibile. I miei alberi sono come i miei figli”, racconta Ali.

La guerra, oltre ad uccidere, trasforma profondamente la terra che la subisce e annichilisce tutto il duro lavoro fatto da chi in quella terra ci è nato. La produzione di grano è crollata da 3,4 milioni a 1,5. I bovini sono il 30% in meno, gli ovini sono diminuiti del 40% e si registra addirittura il 60% in meno di pollame. Non a caso circa l’80% delle famiglie nel Paese, lotta con la mancanza di cibo o la mancanza di soldi per comprare il cibo anche perché i costi dei trasporti sono aumentati di 200 volte.

A questo punto dobbiamo consapevolmente sentirci fortunati di non essere nati in una terra obiettivo di sporchi giochi politici e soprattutto bellici, perché in tal caso, la fatica vana e il lavoro distrutto sarebbe stato il nostro.

di Irene Pastecchi

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