Sicilia: l’inventario delle cose perdute

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di Adelaide Conti

L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa. Così è stato per Goethe, così potrebbe tornare ad essere anche per noi. Per ora le cose sono un po’ diverse. Se non altro perché, conformandosi alla generale incuria e all’abbandono delle ricchezze paesaggistiche e architettoniche, anche la nostra isola ha optato per la via più comoda.

Quella che concentra tutti gli investimenti di infrastrutture e servizi nelle città maggiori, dimenticandosi del tutto dei borghi e dei centri più piccoli e innescando una lenta e per ora irreversibile migrazione verso le grandi città, fino a svuotare molti dei paesini dell’entroterra.
A coloro che per necessità o per scelta non se ne sono andati, restano cittadelle che sopravvivono ai margini del mondo vissuto dagli altri, talvolta vicine a qualche strada principale, dove si transita senza fermarsi e subito ci si dimentica del gruppo di case che è rimasto indietro.
C’è una parte della nostra isola che si è spenta in questo modo, lentamente trasformata in paesini dormitorio, dove non ci sono luoghi di aggregazione culturale, non un cinema o un teatro, dove le biblioteche sono aperte solo tre volte alla settimana e i libri sono lo scarto di qualche biblioteca maggiore. Sono quei paesini dove i collegamenti sono scarsi, spesso affidati a qualche autobus sonnolento, o meglio ancora alle automobili dei privati, dove non esiste il bar della stazione semplicemente perché i binari dei treni non passano da quelle parti. Basta scartare il giro turistico da dépliant e inoltrarsi in questi paesi, per cogliere il declino e la profonda (irreversibile?) crisi che attraversa la regione.
 
Non resta allora che fare l’inventario delle occasioni perdute, di tutto quel mancato guadagno che politiche miopi hanno deciso di generare, ignorando la ricchezza dell’entroterra siciliano. Le mille tradizioni e le peculiarità di tutti quei piccoli centri, che sarebbero punti di attrazione per un turismo meglio strutturato e informato e che potrebbero far riemergere “l’immagine dello spirito” di cui parlava Goethe, se ne stanno sepolte sotto una cappa di noncuranza. 
E non si tratta affatto di una visione romantica, che volta al passato con malinconia si duole dei tempi andati. Si tratta, invece, di aver ben chiaro la posta in palio: un patrimonio ricchissimo che è stato congelato e sottratto al benessere dell’intera isola.
 
La logica dominante, però, non pare curarsi dei piccoli e pensa e declina ogni cosa in grande. Così come si dirotta ogni risorsa nelle grandi città, nei centri metropolitani dalla pianificazione urbanistica ormai schizofrenica, allo stesso modo si gioisce della nascita di enormi centri commerciali grandi quanto villaggi, dove tutto è convenienza e grandi cifre.
Non importa se il prezzo da pagare è tutto fuorché conveniente, non importa se botteghe e piccoli commercianti chiudono sconfitti dalla grande catena di distribuzione, come, metaforicamente, tirano giù la serranda anche i paesini che non hanno avuto la fortuna di essere assistiti dal fiume di finanziamenti regionali, nazionali e comunitari.
 
L’effetto a cascata di questa concezione delle cose è molto pericoloso e va al di là delle doglianze degli abitanti dei paesi dell’entroterra. E’ un qualcosa che si insinua silenziosamente, che parte dalle dimensioni delle città e finisce per privilegiare la qualità della vita, la salute e quindi anche la vita stessa di coloro che vivono nei grandi centri urbani.
 
A titolo d’esempio, anche per dimostrare che non si sta esagerando, basterà ricordare che qualche mese fa, fu proprio un politico siciliano, l’On. Pagano, a essersi risentito e lamentato per l’esistenza di “ospedaletti dove nessuno va a operarsi”, capaci solo di distrarre energie e capitali al più meritevole Sant’Elia. Che in lingua corrente significa suggerire la chiusura dell’ospedale di Niscemi e quelli simili, per far affluire più danaro agli enti ospedalieri delle grandi città.
Da cui non si può far altro che concludere che la vita di coloro che abitano le grandi città è più meritevole di cure rispetto a quella dei cittadini dei paesini.
Ecco allora che le cose iniziano a importare, ecco allora che bisogna sapersi opporre, all’abbandono dei piccoli centri, all’abbandono dei piccoli commercianti, all’abbandono di tutto ciò che è piccolo e che proprio per questo assomiglia tanto all’uomo.
 
La Sicilia è una pietra angolare nella storia del Mediterraneo, crocevia fertile di popoli e tradizioni, protagonista della migliore filosofia, del miglior teatro. Ed è qui, qui nel suo entroterra, tra i paesini che non contano milioni di abitanti ma preziosissime ricchezze culturali, che c’è la serratura dove la chiave di cui parla Goethe dovrebbe innescare un tempo nuovo, da qui si può riforgiare “l’immagine dello spirito” di una nuova sicilianità.

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