Sicilia: 500 morti senza nome in una terra dimenticata da tutti

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imagesdi Redazione

In provincia di Siracusa, fra Augusta, Melilli e Priolo, c’è il più grande polo petrolchimico d’Italia: tra Esso, Gruppo Erg, Syndial e poi cementifici e produzione di gas liquido, almeno 18 fra stabilimenti e centrali. Malgrado sia sul mare, l’aria è quasi sempre irrespirabile, appestata dal fetore di quelle esalazioni, ma non è la puzza il problema, magari! Laggiù ogni famiglia ha perso qualcuno per un tumore, si muore soprattutto di carcinoma ai polmoni e poi ai reni e al colon; inoltre sono tragicamente numerose le malformazioni ai bambini e davvero tante le altre patologie; un quadro troppo critico per essere casuale. 

Nessuno riesce a consultare il registro tumori dell’Asl, si sa solo che è fermo al 2006; allora un sacerdote, Palmiro Prisutto, parroco della chiesa madre di Augusta, ha deciso di dare un nome a quelle centinaia di fantasmi creando un registro parallelo. Le segnalazioni hanno già superato i 500 casi, e perché la memoria di quella gente non si perda, come grido di protesta contro la colpevole inerzia di chi dovrebbe agire, il 28 di ogni mese, prima della messa, padre Prisutto legge quella lista di nomi che ad ogni ricorrenza si fa tragicamente più lunga. Come in una sorta di Spoon River, ad ogni nome il parroco aggiunge una frase, un ricordo per quelle vite spezzate dall’avidità di chi ha devastato un territorio. 

La gente che si confida con lui, tuttavia, è restia a parlare in pubblico della propria tragedia perché ha paura; come a Taranto con l’Ilva, anche in questa parte di Sud l’ignobile ricatto è il medesimo: lavoro o salute.

Don Palmiro, che per il cancro ha perso una sorella, ha un fratello che lotta con il male e ha visto nascere due nipoti con gravi malformazioni, va giù duro con lettere e dichiarazioni contro questa strage silenziosa; vuole romperla questa omertà chiedendo che vengano riconosciute le responsabilità, che questo avvelenamento venga fermato e almeno ci sia un risarcimento per le vittime. 

Per ora combatte quasi da solo, perché, lo dice chiaro, se parla, se protesta, la gente ha paura di perderlo quel lavoro maledetto, ma lui non vuole cedere al ricatto. Il 10 luglio un investigatore si è presentato in chiesa per acquisire copia della documentazione che ha raccolto: la Procura di Siracusa ha finalmente aperto un fascicolo sul caso, è solo un primo passo, ma un inizio. 

A noi resta di porci la domanda: che Stato è quello che permette che si perpetui il ricatto spregevole fra salute e lavoro? E ancora: che Stato è quello che permette a società potenti e gonfie di denaro di devastare il territorio e avvelenare le popolazioni? 

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