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Scuola e docenti: nuove regole tra percorsi e ostacoli

Redazione on 7 novembre 2017 - 10:42 in Cronaca, Cultura, Primo Piano

Il 16 Luglio del 2015 è entrato in vigore il Ddl “La Buona Scuola”, legge volta alla riforma del sistema nazionale d’istruzione, formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative precedenti. E’ interessante notare come ogni ministro dell’Istruzione voglia lasciare la propria impronta sul corso delle cose; potrebbe essere opportuno allora chiedersi anche quale sia il motivo di questa dinamica molto italiana.

Probabilmente una delle cause sta nel fatto che nel nostro Paese non si fanno delle politiche e delle buone scelte per trarre il meglio su un lungo periodo, con la consapevolezza di aver prodotto responsabilmente l’utile più alto per il bene della “forza Nazione”. Piuttosto, tra una corrente e l’altra, i politicanti pare agiscano oggi per il tornaconto di domani e per un alleggerimento di coscienza tutto elitàrio.

Focalizzando l’attenzione sui docenti (parte importante della Riforma “La Buona Scuola”), il Decreto Legislativo 13 Aprile 2017 n.59, entrato in vigore il 31 Maggio del 2017, ha portato delle sostanziali novità sulla formazione e sull’accesso nei ruoli. La Legge prevede nel 2018 una fase concorsuale e chi passerà le selezioni potrà accedere a un periodo di formazione, inserimento e tirocinio della durata di tre anni. In seguito, se la valutazione sarà positiva, scatterà l’immissione in ruolo. Nel frattempo si prevede una fase transitoria durante la quale saranno svuotate le Graduatorie a esaurimento (Gae) e quelle dell’ultimo concorso del 2016.

Si tenga comunque a mente che in più, si è da poco conclusa la procedura per la partecipazione al bando 2017/2020 per le supplenze e che quella relativa al personale Ata è in corso, non ancora conclusa poiché non è stata attivata la fase finale della scelta delle scuole.

Il nuovo ordinamento della ministro Fedeli merita un particolare approfondimento. Il sistema prevede che un qualsiasi laureato Vecchio e Nuovo Ordinamento, che non abbia l’abilitazione o che non insegni già da tre anni, per accedere al concorso debba prima acquisire 24 Crediti il cui costo può arrivare fino a 500€ (cifra da definire in base al reddito e al numero dei crediti da “comprare”).

Questi crediti potranno essere conseguiti esclusivamente presso enti interni al sistema universitario o dell’Alta Formazione artistica, musicale o coreutica (Afam); gli ambiti disciplinari in cui prendere i Cfu sono: 1) pedagogia, pedagogia speciale e didattica dell’inclusione; 2) psicologia; 3) antropologia; 4) metodologie e tecnologie didattiche.

Senza dubbio già questa prima parte del percorso apre a dei dubbi e a delle considerazioni. Come si può far pagare fino a 500€ a chi ha già versato molto per le tasse universitarie? Com’è possibile che si considerino indispensabili quelle “discipline” in relazione a uno studente che ha già scelto e approfondito le sue materie universitarie, il suo percorso e inserito nel piano di studi degli esami specifici richiesti per l’insegnamento?

In più la classe dirigente che ha fatto passare questa legge non si è posta l’obbligo di indicare ancora quando e come ci saranno le lezioni per questi 24 Cfu e i relativi esami, causando scompensi a chi contestualmente e per normalità, si pone la questione e l’esigenza di dover anche lavorare nella vita oltre che studiare.

Una volta acquisita e certificata questa fase, il secondo passaggio è il concorso docenti. Coloro che non sono abilitati ma hanno già tre anni di servizio parteciperanno ad un concorso riservato; in pratica, l’esperienza in questo paese non è mai sufficiente per abilitare una persona a saper fare un lavoro. L’esatto contrario del mondo anglosassone.

E’ chiaro che una selezione è per definizione a esclusione, però non essere considerati idonei dopo che si è fatto un percorso completo di studio universitario, dopo aver integrato con i crediti richiesti, dopo aver pagato fino a 500€, dopo aver già fatto delle supplenze e dopo aver compiuto, magari da un pezzo, già il trentesimo o il quarantesimo anno di età, è difficile da digerire.

In ultimo, per chi ha superato il concorso, per chi non ha abbandonato la strada e per chi non è intanto emigrato, c’è l’accesso alla nuova ma già famosa Fit, Formazione iniziale e tirocinio. Formazione iniziale? La parola “iniziale” fa un po’ sorridere. “Formazione” anche, ma questo termine in più delinea un evidente squilibrio tra noi e il resto del mondo: gli italiani non smettono mai di formarsi, mentre gli altri si aggiornano lavorando.

La Fit durerà tre anni, si dice che abbia natura selettiva (la modalità non è specificata) e pare che sia prevista una retribuzione crescente che parte fin dal periodo della formazione fino al terzo anno, dove sarà possibile arrotondare svolgendo anche le supplenze.

E chi dà la certezza al sempre più futuro docente che questo nuovo sistema così concepito permetterà realmente nell’agognato terzo anno di Fit di affacciarsi alla propria professione? Il testo di legge parla per altro di “arrotondamento”, sorvolando sul punto più prezioso: il lavoro nobilita l’uomo, non l’arrotondamento.

Concepire un percorso del genere equivale a togliere tre anni di vita lavorativa alle persone. E’ necessario creare le condizioni per velocizzare, ampliare e rendere effettiva l’occupazione, non avviare un meccanismo di formazione permanente.

Tre anni sono moltissimo tempo, troppo tempo per chi ha già dai 33 ai 45 anni e oggigiorno la sacca più preoccupante e maggiore di disoccupazione è in questa fascia d’età. I ragazzi dai 15 ai 20 anni si presume che studino. Fino ai 25/28 anni c’è l’università e un poco si lavora; ma dopo bisogna ed è bello guadagnare per realizzarsi e farsi una vita. In tale contesto sembra che la formazione e tutto questo infinito percorso siano un prendere tempo al fine di allontanare dal mondo produttivo: per la serie “fate di tutto ma non chiedete di lavorare”.

La nuova riforma del capitolo docenti va bene per chi deve ancora laurearsi, per chi è proprio all’inizio, ma già a chi si sta laureando pone dei ritardi: integrare il piano di studi coi 24 crediti e relativi esami (gratuitamente in questo caso) porta via mesi. Figuriamoci a chi ha già maturato da anni la sua esperienza.

Inoltre non bisogna essere indifferenti al fatto che negli ultimi tempi il mondo della scuola si è riempito di tutti coloro che pur laureati, non hanno trovato impiego nel mondo per il quale hanno studiato, poiché imperano una disoccupazione e una precarietà gravissime.

Non è oggettivamente sensato far affrontare questa lunga strada a ostacoli (con i problemi di futura inesistenza pensionistica che abbiamo all’orizzonte) a chi è più avanti con l’età, a chi è disoccupato non per mancanza di merito e capacità, ma perché negli ultimi decenni è stata portata avanti una politica del lavoro inesistente, clientelare e non lungimirante. Le professioni bisogna liberalizzarle non imprigionarle in ragnatele.

di Ilaria Parpaglioni

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