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Sardegna, una polveriera nel cuore del Mediterraneo

Redazione on 20 novembre 2017 - 02:51 in Europa, Primo Piano

“L’Italia è una mega portaerei che si affaccia sul Mediterraneo, si sporge a Est e sbircia a Oriente. All’interno di questa mega portaerei c’è la Sardegna, che fa parte della portaerei, ma non ha il fastidioso problema della gente e delle città. Una sorta di ponte libero, ettari ed ettari non cari, quasi spopolati ma comunque abitati da gente, i sardi, tenaci e coriacei, ma come risaputo incapaci di costituire movimenti collettivi o iniziative comuni. L’isola è povera, e per questo facilmente comprabile con poche centinaia di posti di lavoro nelle basi militari, da offrire come mangime a qualche compiacente politico nazionale e regionale”.

Così la Cia negli anni Sessanta definiva l’Italia e la Sardegna, non un Paese e una regione, ma una portaerei e un “ponte libero” senza il fastidioso problema della gente. Dopo mezzo secolo, la Sardegna sta facendo i conti con le conseguenze di questa definizione, registrando un allarmante numero di tumori emolinfatici e malformazioni alla nascita che colpiscono sia umani che animali.

Da nord a sud, l’isola si può considerare una enorme polveriera

Così un militare che lavorava nel poligono del Salto di Quirra decide di rivolgersi agli inquirenti, come riportato dai giornalisti Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti, autori di “Lo sa il vento”. Il male invisibile della Sardegna, ad oggi il libro-inchiesta più aggiornato e completo sulla militarizzazione e l’industrializzazione selvaggia che stanno avvelenandola Sardegna, e sulle indagini che sono state avviate tra mille difficoltà dal procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi sul poligono di Quirra.

La base di Perdasdefogu-Salto di Quirra, creata nel 1956, è il poligono sperimentale più grande d’Europa di importanza strategica insostituibile per lo Stato italiano che lo affitta a 50mila euro all’ora anche a compagnie private che qui testano i loro prototipi prima di venderli alle forze armate dei vari Paesi. A pochi chilometri da Cagliari, strategicamente posizionato tra il poligono di Capo Teulada e quello di Quirra troviamo un altro “gioiello” interforze, un altro primato delle Forze Armate italiane, Decimomannu, la base aerea Nato più operativa del Mediterraneo.

Manovre di guerra simulate, esperimenti su materiali esplosivi, esercitazioni con munizioni da guerra e brillamenti di esplosivi arrivati da tutta Italia da oltre cinquant’anni hanno reso 12.700 ettari fra le province di Cagliari e dell’Ogliastra e oltre mille ettari in mare tra Quirra e Capo San Lorenzo, una delle zone più contaminate della Sardegna. L’unico poligono sperimentale al mondo, quello di Quirra, dove civili, pastori e agricoltori hanno il permesso di lavorare, coltivare e allevare il bestiame all’interno della base stessa, condividendo spazi e veleni con i militari in servizio.

Oggi la magistratura ha dato ordine a circa sessanta aziende agricole e allevatori, per un totale di oltre diecimila capi di bestiame, di sgomberare il terreno perché altamente inquinato, addirittura vietando la raccolta di asparagi e funghi nella zona o la cura dei propri vigneti e orti a uso personale. Qualsiasi attività sui terreni del poligono e direttamente circostanti sono dichiarati letali per la salute umana e degli animali.

Riporta ancora Carlo Porcedda, “dal 2000 a oggi, il 65% dei pastori che stabilmente fanno pascolare le greggi nel poligono del Salto di Quirra, ha contratto gravi forme tumorali che spesso ne hanno causato la morte”. Una percentuale allarmante di tumori tra i pastori, e malformazioni gravissime su agnelli e capretti “con un solo occhio, senza occhi o bocca, con sei o due sole zampe, senza saldatura nell’addome. Il maggior numero risale al periodo 1984-1987, ma in molti allevamenti si è avuta una recrudescenza del fenomeno negli anni 2003-2005. Sino a due recenti casi di un agnello nato con gli occhi dietro le orecchie e un vitello con sei zampe”.

Questi gli effetti delle polveri di guerra, delle nanoparticelle trovate dalla dottoressa Maria Antonietta Gatti, la responsabile del laboratorio dei biomateriali del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia, su richiesta della procura di Lanusei e che da anni denuncia in Parlamento come queste polveri sprigionate da proiettili all’uranio impoverito siano, una volta respirate, altamente tossiche, e come interferiscano con il Dna, pulviscolo che sta causando nei pastori in Sardegna gli stessi cancri emolinfatici riscontrati nei soldati mandati nei Balcani. Questi gli effetti anche del fosforo bianco, di cui il generale Giampaolo di Paola nel2006 ha confermato in un’audizione al Senato l’uso di proiettili per testarli. “Il problema è” si chiede Carlo Porcedda, “se per gli accordi internazionali che abbiamo firmato, l’uso del fosforo bianco in guerra è un crimine contro l’umanità, usarlo per un test all’interno di un poligono, che tipo di crimine è? Vige la legge italiana all’interno dei poligono sardi? O no?”.

Come ha anche evidenziato il deputato leghista Edouard Ballaman, fonti militari hanno confermato l’acquisto di armi all’uranio impoverito, di cui una parte è stata usata in Somalia dalle truppe italiane, mentre l’altra parte è stata sparata nei poligoni sardi. Il problema, come ha denunciato tempo fa in Parlamento il senatore Fabio Rizzi, medico, anche lui leghista, è che lo Stato italiano può rendere conto di quello che fanno le Forze Armate nazionali, ma non quelle degli altri Paesi, che in Sardegna hanno fatto i loro esperimenti con la sola autocertificazione, senza essere passibili di controlli approfonditi, quindi con la possibilità di dichiarare quello che vogliono riguardo ai materiali in uso.

A quanto pare, il Parlamento italiano ha avuto poca voce in capitolo anche a La Maddalena, isola a nord della Sardegna. Qui, all’inizio degli anni Settanta, come ricordano gli ex-militari dell’epoca, “abbiamo notato per molto tempo una nave da carico militare messa di fianco all’isola di Santo Stefano, sbandata e arrugginita come se fosse un relitto. Tutte le settimane arrivava una nave da carico militare statunitense da Napoli e scaricava con elicotteri a doppio rotore carichi sulla nave sbandata. Dopo almeno un anno questa nave è stata raddrizzata, ridipinta, tirata a nuovo e ormeggiata di punta alle boe in mare con la poppa all’isola. Si è così saputo che gli americani avevano già scavato una galleria nell’isola di Santo Stefano che sarebbe poi servita come arsenale per i loro sommergibili nucleari”.

Base Usa, a La Maddalena, che è sempre stata di competenza del Comando della VI flotta alle dirette dipendenze del Pentagono, per affari militari su cui lo stesso Stato italiano non aveva nessun diritto a immischiarsi. Qui già dagli anni Settanta si riscontrano malformazioni date dall’alto livello di radioattività, lascito della Marina statunitense che, dopo lo smantellamento avvenuto nel 2008, non ha provveduto alla necessaria bonifica.

“Guerre simulate e morti vere”, ribadisce Carlo Porcedda, in un’isola che ospita il 60% dell’intero demanio militare italiano, una terra che è stata testimone negli ultimi cinquant’anni di episodi tra il grottesco e l’incredibile. Missili impazziti, sfuggiti al controllo dei militari operanti nel poligono di Quirra, alcuni senza conseguenze mortali, uno che ha dilaniato un pescatore negli anni Sessanta, strage per cui è stata aperta un’inchiesta per pesca di frode; avarie ai motori di aerei che decollano da Decimomannu, una che costringe il pilota a sorvolare la zona abitata prima di riuscire a evitare il peggio, un’altra che, dopo aver sganciato armi e carburanti, costringe il pilota a lanciarsi dal velivolo con il paracadute, determinando lo schianto del caccia in un campo di carciofi vicino al paese di Decimoputzu; o lo schianto dell’Hartford, sommergibile atomico statunitense di 6900 tonnellate, contro la secca dei Monaci vicino a Caprera, isola collegata a La Maddalena, incidente che poteva causare danni incalcolabili e che è stato spiegato agli abitanti del posto che avevano sentito l’enorme boato come il rimbombo di un terremoto in Corsica; o razzi impazziti che finiscono nei campi, distruggendone gran parte, e per cui lo Stato ha risarcito cifre irrisorie; o come l’assurdo caso del sindaco di Quirra, Antonio Pili che, dopo averne discusso con il fratello Paolo, medico condotto di Quirra e Villaputzu, invia una lettera di allarme al Ministero della Salute per ricevere poco tempo dopo la risposta dal Ministero della Difesa che sostanzialmente gli faceva notare che non erano affari di sua competenza.

Anni di morti, silenzio e paura sono passati, in cui paradossalmente gli unici a parlare sono stati solo i morti, dalle cui salme si sono rilevate tracce di sostanze tossiche. Da circa dieci anni comitati di cittadini si sono riuniti e pretendono risposte da un governo e uno Stato che non ha solo abbandonato i suoi cittadini, ma che ha dimostrato a più riprese di dare priorità al profitto e alle esigenze militari Nato e Usa piuttosto che alla salute della popolazione.

di Angela Corrias

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