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Sanzioni al Sudan, Trump le proroga di tre mesi

Salvo Ardizzone on 17 luglio 2017 - 04:08 in Africa, Primo Piano

Donald Trump ha prorogato le sanzioni al Sudan di tre mesi; il 12 luglio scadeva il semestre di moratoria voluto da Obama perché il suo successore verificasse il rispetto degli impegni presi in sede negoziale da Khartoum. A seguito della proroga, il presidente sudanese Omar al-Bashir ha sospeso i negoziati con Washington, troncando i lavori della commissione che da un anno trattava con gli Stati Uniti la fine dell’embargo. È dal 1997 che gli Stati Uniti mantengono un regime sanzionatorio nei confronti del Paese.

In realtà, Obama aveva intrapresa da tempo una politica di riavvicinamento e le trattative, sostenute dal peso delle sanzioni al Sudan, miravano ad inserire il Paese all’interno del disegno geopolitico di Washington. D’altronde, Khartoum aveva tutto l’interesse ad una riabilitazione di facciata che sospendesse l’embargo facendosi integrare nei piani degli Usa; per questo si era astenuta da ulteriori offensive nell’area del Darfur e nel sud del Paese, aveva lasciato che il Lord Resistence Army (Lra), da tempo in difficoltà, si sgonfiasse da solo sospendendo la sua assistenza e aveva avviato una fattiva cooperazione con la Cia.

Il fatto è che la politica estera Usa è in stato confusionale e Trump si è limitato a non decidere da un canto prorogando di tre mesi le sanzioni, dall’altro auspicando un’intensificazione del dialogo. Un’ambiguità che ha finito per mandare in bestia al-Bashir.

È un fatto che le sanzioni al Sudan hanno solide motivazioni formali, come sostenuto da diversi deputati del Congresso Usa: il Presidente sudanese è un criminale condannato dalla Corte dell’Aja e il suo è un regime liberticida, ma è pure un fatto che l’embargo, che si protrae ormai da vent’anni, ha semmai colpito la popolazione, non certo il Governo.

Cosa assai più importante, Khartoum è un alleato prezioso di Riyadh, al suo fianco nella guerra in Yemen, e Washington avrebbe tutto l’interesse di togliere le sanzioni al Sudan per incrementare la prpria influenza sul Paese, anche per frenare la crescente influenza di Pechino nell’area (per inciso, la Cina ha ormai quasi l’esclusiva sul petrolio e le altre risorse del quadrante).

Ma è tutta la vicenda ad aver assunto aspetti grotteschi: da un canto Trump ha emesso un bando che vieta l’ingresso di cittadini sudanesi negli Usa perché considera il Sudan uno dei tre Stati canaglia in quanto sponsor del terrorismo; dall’altro auspica una normalizzazione dei rapporti e per farlo dovrebbe lodare al-Bashir per la collaborazione contro il terrorismo. Troppo anche per il Presidente sudanese, pronto a qualunque capriola purché ci sia una convenienza logica nella prospettiva.

di Salvo Ardizzone

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