San Giuliano di Puglia è morta due volte

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di Mauro Indelicato

Ore 11:32 del 31 ottobre 2002, San Giuliano di Puglia: il terremoto colpiva il paese, radeva al suolo la scuola Jovine, tutti i media italiani e stranieri puntarono obiettivi e telecamere su quel tranquillo paesino di campagna divenuto teatro della prima grave sciagura sismica del terzo millennio nel nostro paese.

31 ottobre 2013, San Giuliano di Puglia: a distanza di 11 anni dall’evento, la costatazione è macabra: il paese è morto due volte.

Se infatti prima il paesino in provincia di Campobasso è stato per anni l’emblema di come non si deve costruire in territori a rischio sismico, adesso è l’emblema di come non si deve ricostruire; non solo i sangiulianesi, ma tutti i molisani sono serviti da cavia per un nuovo modello di gestione della cosa pubblica, quello dell’emergenza.
Dopo il tremore di quel 31 ottobre, in Italia le emergenze si sono moltiplicate; dai rifiuti, all’Alitalia, dalla TAV alle trombe d’aria, ogni qualvolta oramai c’è sentore di crisi, si affida tutto all’emergenza, il che vuol dire affidamento diretto di gare, aggiramento della burocrazia, in poche parole tanti soldi e subito.

L’emblema di questo sistema è il brindisi fatto da alcuni imprenditori la notte del terremoto dell’Aquila, ma tutto è partito da San Giuliano di Puglia; a parte la scuola, nel paese molisano tutto è rimasto in piedi, dalle immagini d’epoca che immortalano i primi soccorsi, si può notare molto bene come il tessuto urbano è intatto e davvero poche sembravano le case da tirar giù.
Invece, nel corso degli anni, tutto è stato buttato a terra e ricostruito, con gli stessi abitanti che non riconoscono più quelle pietre che fino alle 11 e 32 del 31 ottobre 2002 garantivano loro protezione, comunità, vita e solidarietà. Risultato? Oggi San Giuliano di Puglia è un paese quasi fantasma: piazze moderne, grandi, quasi come le Rambla di Barcellona, ma vuote, nessuno ha quasi il coraggio di passeggiare; le attività commerciali sono anch’esse bloccate e l’andamento demografico è in deciso ribasso.

Anche gli altri comuni colpiti nel 2002, non sono da meno: inizialmente 17, poi aumentati a 34, alla fine nella lista ne sono entrati 84 e fondi gestiti con il metodo dell’emergenza sono arrivati anche in località in cui il sisma non ha staccato nemmeno un cornicione. E così, i costi sono lievitati, spesso sono state costruite strutture faraoniche, circonvallazioni sopraelevate in comuni con 5mila abitanti, campi in erba sintetica da ultima generazione, in paesini senza nemmeno una squadra di calcio.

Ecco cosa vuol dire in Italia subire un terremoto; prima la morte e la distruzione di pietre storiche ed antiche, poi l’agonia lenta e dolorosa di un territorio.

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