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Salute mentale, il precariato è la minaccia principale

Redazione on 5 febbraio 2019 - 12:01 in Cronaca

La salute mentale questa sconosciuta, verrebbe da dire, vista la scarsa considerazione della quale gode in Italia l’attenzione verso la salute psicologica dell’individuo. Dalle ultime considerazione, a pagare caramente le conseguenze di un’attenzione sempre precaria sono proprio i giovani lavoratori che si trovano a dover sgomitare per avere uno straccio di autonomia economica; definiti “bamboccioni” da Padoa Schioppa, “Choosy” dalla Fornero, il mondo dei giovani e dei neo laureati deve sempre dimostrare qualcosa a qualcuno.

salute-mentale-precariatoA gettare una potente luce sulla questione della salute mentale dei giovani precari è intervenuto l’ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna che senza giri di parole punta il dito sulla pratica del precariato come causa principale dei problemi psicologici che attanagliano una generazione bistrattata dalla politica. Una generazione accusata di essere inetta ed incapace che non è stata mai ascoltata e alla quale nessuno mai ha tentato di dare risposta.

Il mercato del lavoro dei nostri padri era un mercato nettamente differente dove il posto fisso se non una sicurezza era una meta molto più facile da raggiungere; precariato e disoccupazione hanno sostituito nella società moderna quello che in tempi addietro erano sicurezza economica e realizzazione, considerato che per un giovane riuscire ad entrare nel mercato del lavoro è un’autentica ordalia che passa dalle forche caudine dell’università sino alle sabbie mobile dei colloqui di lavoro. Sino ad oggi il paracadute sociale è rappresentato da quella ricchezza privata che ha permesso a molti di fare conto sull’appoggio della famiglia con un meccanismo infinito, ma che prima o poi vedrà la dilapidazione del patrimonio con tutto quello che ne conseguirà.

Dal dramma del precariato se ne parla tanto, sono state adottate anche politiche che in qualche modo hanno cercato di tamponare l’emorragia continua; ultimo in ordine di tempo il tanto decantato “reddito di cittadinanza” che dovrebbe risolvere il problema, ma il come accadrà non è dato sapere vista la cronica mancanza di offerte di lavoro.

Molto meno gettonati perché non portano voti e soprattutto per tutti gli stereotipi che si portano dietro sono le problematiche della mente; giovani precari che si trovano a vivere in un perenne stato di stress, solitudine, insicurezza che sono la cartina tornasole non solo di una società ormai allo sbando ma soprattutto lo specchio di un mercato del lavoro sempre più liquefatto da rasentare lo stato gassoso, una realtà che viene raccontata da quell’abominio che sono gli uffici del personale definiti “risorse umane” e dai tagli che essi compiono, dalle ore di straordinario non pagate e dalla flessione degli stipendi. Tutto ciò è stato denunciato dall’ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna che ha rilasciato uno studio denominato: “L’adolescenza sospesa dei giovani d’oggi”.

Il testo si propone di invertire la tendenza che porta a etichettare i millenials come bamboccioni e indolenti, spiegando in che modo i fattori ambientali giochino un ruolo fondamentale sul fronte del lavoro. “Non si è tenuto conto della reale prospettiva esistenziale che queste ragazze e questi ragazzi si trovano ad affrontare. Gli effetti, soprattutto psicologici, che si determinano quando un individuo non intravede un futuro per sé e per la propria giovane famiglia, recita il comunicato. Questi giovani vengono a cavallo della rivoluzione digitale: la loro epoca doveva essere quella del consolidamento economico e del benessere diffuso, e invece è stata quella della peggiore crisi dai tempi della Grande Depressione, il cui leitmotiv sembra essere la mancanza di certezze.

L’ansia per il futuro può facilmente tradursi in inadeguatezza, depressione, stati d’ansia o panico accompagnati da una sintomatologia psicosomatica una condizione di precariato lavorativo non rende instabile solo la situazione economica, ma mina anche lo stato psicologico delle persone. Perché non possono emanciparsi dalla famiglia di origine e costruire una propria realtà, ma si ritrovano a vivere forzatamente in una sorta di ‘adolescenza sospesa’. I giovani si trovano a volte in condizioni comparabili all’indigenza, con conseguente frustrazione e perdita dell’identità sociale; quasi sempre, quando hanno un lavoro, sono comunque sottopagati.

Ancora prima, a lanciare l’allarme era stata la Società Italiana di farmacia ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle aziende sanitarie (Sifo), che denunciava come “i casi di disturbi dello spettro psicotico, del comportamento alimentare o della personalità sembrano essere in aumento tra i più giovani, talvolta anche in compresenza di abusi di sostanze, come alcol o stupefacenti. I dati raccolti da Sifo mostravano come in Italia nel solo 2014 ci fossero stati 9.924 ricoveri di adolescenti di età compresa tra i 14 e 18 anni, con una media annua di ben 27 ricoveri al giorno. Adolescenti della penisola che tra l’altro venivano recentemente etichettati come i più ansiosi al mondo secondo l’Ocse.

Qualche anno fa Umberto Veronesi commentava con queste parole lo stato depressivo del Paese: “Mi sembra una depressione giustificata, e volerla medicalizzare inserendola tra le voci che disegnano lo stato di salute del Paese, mi appare un’inaccettabile ipocrisia. I disoccupati vanno trattati con tranquillanti, ansiolitici e modulatori del tono dell’umore? Certamente i farmaci possono giovare all’ansia e all’insonnia che accompagnano la depressione, ma non risolvono il problema di una generazione che non trova il suo posto nella vita”.

 di Sebastiano Lo Monaco

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