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La Rosneft (e il Cremlino) rimette piede in Libia

Salvo Ardizzone on 1 marzo 2017 - 04:49 in Africa, Primo Piano

La Rosneft, il colosso petrolifero russo, alcuni giorni fa ha siglato un contratto con la Noc, la Compagnia petrolifera libica, unica titolata legalmente a farlo, per rilanciare la produzione di greggio nel Paese.

La Rosneft e il Cremlino rimettono piede in Libia

Per la Rosneft, e soprattutto per la Russia, assai presente in Libia ai tempi di Gheddafi, è un ritorno che lascia chiaramente intendere la volontà di assumere posizioni di primo piano in uno dei tre Paesi esentati dal taglio della produzione nel recente accordo Opec. Gli altri sono l’Iran, che ha già stretti rapporti con Mosca, e la Nigeria, sempre più invischiata nella guerriglia strisciante nel Delta del Niger e sulla costa, che rende aleatori molti contratti con le Major del settore.

Mustafa Sanagalla, il presidente della Noc, era assai ottimista dopo la firma dell’accordo che promette di portare investimenti in un settore devastato ed allo sbando dal 2011. Ma ciò che rende pesante quel contratto è che dietro la Rosneft si vede chiaramente il Cremlino e la sua politica di penetrazione in Medio Oriente e nel Mediterraneo.

Mosca ha deciso di dare il suo appoggio a Khalifa Haftar, l’ex generale di Gheddafi ed ex collaboratore della Cia, ora strenuamente sponsorizzato da Al-Sisi e uomo forte della Cirenaica, che ha messo le mani sulla “Mezzaluna petrolifera” e sui terminali petroliferi di Al-Sidra, Ras Lanuf e Marsa el-Brega. Una scelta pesante che getta sulla bilancia il crescente peso della Russia nel Mediterraneo, e che ipoteca il già incerto destino del governo di Fayez Al-Serraj. Non è un caso che, pochi giorni fa, Serraj ha incontrato Haftar al Cairo, sotto l’occhio di Al-Sisi, nel tentativo disperato di legarlo a sé, fallendo miseramente.

E non sarebbe potuto andare diversamente: gli sponsor di Haftar vedono bene che dietro Al-Serraj, malgrado i compunti balbettii dell’Onu e della comunità internazionale che ufficialmente dicono di appoggiarlo, non c’è nulla. O meglio, ci sono le manovre confuse del consueto tutti contro tutti, per tentare di arraffare almeno una parte di quell’enorme tesoro energetico che resta sotto la sabbia.

In poche parole, il passo della Rosneft sta a dimostrare che Mosca intende approfittare del colossale pasticcio creato nel 2011 dall’aggressione di Sarkozy e Cameron con l’avallo di Obama. Un disastro nato dalla bramosia di chi voleva il petrolio e il gas libici, ma che ha distrutto un Paese gettandolo in un caos sanguinoso, nella più completa indifferenza degli autori della tragedia; gli stessi Paesi che manovrano ancora confusamente dietro le quinte.

Con una lucida strategia geopolitica, che sfrutta i colossali errori degli avversari e s’insinua negli spazi lasciati da politiche farneticanti, Putin sta proseguendo la sua azione per rimettere la Russia al centro della scena internazionale e fare gli interessi del suo Paese. La mossa vincente in Siria, l’avvicinamento ad Al-Sisi ed ora la proiezione sulla Libia mandando avanti Rosneft, fanno parte di un medesimo disegno che si snoda per gradi attraverso il Medio Oriente ed ora in Nord Africa.

Non è certo un caso che Al-Serraj, fiutata l’aria, ha in programma a breve un viaggio a Mosca, e che Haftar, dietro la foglia di fico dell’inesistente governo di Tobruk che controlla, starebbe per concedere alla Marina Russa una base in Cirenaica.

Resta il fatto che Rosneft ha già rilevato il 30% del supergiacimento Zohr, scoperto dall’Eni nelle acque territoriali egiziane, ed ora, di accordo in accordo, si appresta a rimettere massicciamente piede in Libia in barba a tutti gli altri pretendenti a quelle ricchezze (e detto per inciso, con tutta probabilità la vendita di parte di Zohr a Rosneft a prezzi contenuti è stata una mossa dell’Eni per compiacere Al-Sisi dopo il pasticcio Regeni e assicurarsi un occhio di riguardo dal Cremlino in prospettiva di un futuro quanto meno incerto in terra libica).

Piaccia o no, Putin continua a impartire lezioni sul come si persegua l’interesse nazionale usando con lucida intelligenza gli strumenti a disposizione, militari o commerciali che siano. Inutile sperare che in Occidente, e meno che mai in Italia, qualcuno impari la lezione.

di Salvo Ardizzone

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