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Rohingya, una mattanza da Premio Nobel

Salvo Ardizzone on 4 settembre 2017 - 05:06 in Medio Oriente, Primo Piano

In Myanmar è ormai mattanza per i Rohingya; le forze di sicurezza stanno mettendo in atto sulla minoranza musulmana le peggiori violenze mai viste da molti anni, con l’avallo e la piena giustificazione del premio Nobel Aung San Suu Kyi.

È da lunedì scorso che l’Esercito e le guardie di frontiera birmane hanno intensificato gli attacchi contro i villaggi e le popolazioni Rohingya dello Stato del Rakhine; secondo l’Arkan News Agency, dalla mezzanotte di giovedì il livello delle violenze è ancora aumentato, costringendo alla fuga migliaia di profughi.

Secondo stime dell’Onu, solo nell’ultima settimana almeno 50mila profughi hanno cercato scampo dai massacri nel confinante Bangladesh (che sta tentando di chiudere i confini), dove ne sono già arrivati 300mila nell’ultimo anno su una etnia stimata complessivamente in un milione e centomila; una fuga costellata di tragedie dimenticate, come quella documentata dalle foto dell’Associated Press, con una fila di 46 cadaveri di donne e bambini annegati nel tentativo di attraversare il fiume Naf, che fa da confine fra i due Stati.

Dinanzi a questa violenza bestiale, Aung San Suu Kyi, vincitrice delle elezioni del 2015 ed ispiratrice del Governo, ha ribaltato la realtà negando la pulizia etnica ed accusando i Rohingya di esser loro a suscitare la violenza nel Rakhine resistendo all’Esercito ed usando bambini-soldato; dinanzi alle contestazioni della Bbc, è sbottata affermando di non essere Madre Teresa di Calcutta e che è opportuno lasciare le questioni militari all’Esercito.

L’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), un gruppo nato per difendere la minoranza musulmana e rapidamente radicalizzatosi, ha respinto le accuse di fomentare le violenze ed ha accusato il Governo d’incoraggiare la pulizia etnica; in un comunicato di lunedì scorso, prima che gli scontri toccassero l’apice, ha reso noto che i militari birmani portano al seguito gruppi di estremisti buddisti che si distinguono nella distruzione dei villaggi, le uccisioni e gli stupri di massa.

L’Alrc e l’Odhikar, due Organizzazioni per i diritti umani, hanno sollecitato l’Onu per un rapido intervento che ponga fine alle mostruose violenze sui Rohingya che prefigurano crimini contro l’umanità; già nel maggio del 2017, dinanzi al perpetuarsi delle violenze, l’Onu aveva nominato una commissione di tre membri per indagare sulle uccisioni, gli stupri e le torture perpetrati nei confronti dei Rohingya, ma il Governo, ispirato dal Premio Nobel per la Pace San Suu Kyi, ha rifiutato di concedere i visti d’ingresso affermando che non avrebbe permesso al mondo esterno di condurre indagini per crimini contro l’umanità.

La tragedia dei Rohingya è storia antica: formano un gruppo etnico di fede musulmana che abita il Rakhine, la regione più povera del Myanmar; in buona parte sono venuti dalle Indie ma non sono mai stati accettati dai buddisti che li hanno perseguitati ferocemente. Lo Stato non li considera cittadini e non garantisce loro alcun diritto, né all’istruzione, né ad alcuna assistenza sanitaria o di altro genere, nulla. Una situazione che non è cambiata con la vittoria di San Suu Kyi.

Il premio Nobel sa che i Rohingya sono odiati anche dalla sua base elettorale e non ha alcuna intenzione di inimicarsela prendendo posizione contro le violenze di cui sono oggetto. D’altra parte, da quando i militari hanno preso il potere, al tempo del colpo di Stato del generale Ne Win nel 1962, hanno sempre preso di mira la minoranza musulmana per ingraziarsi la popolazione buddista e soprattutto le frange estremiste che si distinguono nelle persecuzioni; per l’Esercito è un gioco conveniente additare un “nemico”, debole per giunta, su cui scaricare lo scontento della gente facendo dimenticare i problemi veri.

Nel suo fallimentare tentativo di “transizione democratica”, San Suu Kyi è presa in mezzo: non vuole scontentare né buddisti, né tantomeno i militari, che di fatto continuano a gestire il potere vero nel Paese ed usano i disordini per giustificare il mantenimento della ferra presa sullo Stato. Nei fatti la “Lady” (così viene chiamata il premio Nobel) si presta cinicamente a fare da paravento per coprire le violenze e la corruzione che continuano a imperversare, nell’illusione di galleggiare su una situazione che non governa in alcun modo.

A farne le spese sono soprattutto i Rohingya, presi di mira perché “diversi” in quanto musulmani ed i più deboli e poveri fra le varie etnie; una vittima perfetta che la comunità internazionale non ha alcun interesse a tutelare.

di Salvo Ardizzone

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