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Rohingya, vittime di un genocidio strisciante

Redazione on 8 settembre 2017 - 02:57 in Medio Oriente, Primo Piano

Il popolo Rohingya costituisce una minoranza musulmana dello Rakhine (l’antico Arakan, sul Golfo del Bengala), uno Stato della Birmania nord occidentale. Da sempre sono stati oggetto di discriminazioni e persecuzioni da parte dello Stato centrale e della maggioranza buddista, sobillate dalle Giunte al potere.

I militari prima e il Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ora, per far dimenticare l’oppressione, la corruzione, la pessima amministrazione, hanno usato l’antico espediente di additare un “nemico” alla popolazione, un “diverso” su cui scaricare le colpe ed indirizzare l’odio; lo hanno fatto con tutte le minoranze etniche, esercitando una repressione sanguinosa che in alcuni casi, come quello del Popolo Karen, ha originato guerriglie che durano ormai da molti decenni.

I Rohingya, che vivono da sempre nella propria terra, sono stati trattati alla stregua di immigrati clandestini provenienti dal vicino Bangladesh; non possono sposarsi senza permessi, praticare la loro religione o parlare la loro lingua, neanche spostarsi liberamente; neppure a parlare di istruzione o dei più elementari diritti civili. A seguito della propaganda governativa, vengono visti come intrusi che contendono agli altri birmani i pochi posti di lavoro (i più umili, perché gli altri sono loro preclusi) o le poche attività produttive.

Con la piena copertura delle autorità e spesso il loro aiuto, gli estremisti buddisti si sono lanciati in una campagna di pulizia etnica: violenze, stupri, uccisioni, incendi di villaggi, si susseguono senza che niente o nulla possa fermarli, costringendo ad un esodo forzato decine di migliaia di famiglie, costrette ad abbandonare il poco, pochissimo che hanno, per intraprendere una fuga che, nel migliore dei casi, finisce in qualche campo profughi del Sud-Est asiatico.

Nel silenzio e l’indifferenza pressoché totali dei media e della comunità internazionale, per i Rohingya la questione non è lottare per la libertà, l’uguaglianza, il diritto di voto, che gli sono totalmente negati, ma per la semplice sopravvivenza di un Popolo oggetto di un genocidio strisciante.

di Redazione

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