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Rogo di Roma, i veri rifiuti e la politica (che non c’è)

Salvo Ardizzone on 13 maggio 2017 - 04:39 in Cronaca, Primo Piano

In questi giorni, dopo il rogo di Roma, si sta assistendo ad uno spettacolo indegno, tutto italiano: da un canto nella Capitale si finge d’accapigliarsi sui rifiuti, dall’altro c’è gente che, ritenuta spazzatura dall’italiano medio, muore bruciata mentre sta dormendo. È successo qualche giorno fa nella periferia, in quel quartiere Centocelle tante volte al centro della cronaca e delle campagne elettorali segnate da squallide passerelle.

rogo di roma i veri rifiuti e la politica (che non c'è)

Il quadro è presto fatto: la spazzatura che infesta le strade romane, i consueti distinguo e scarica barile dell’Amministrazione in carica e la ridicola adunata in maglietta gialla di quel piazzista d’accatto che è Matteo Renzi, lasciano irrisolti i problemi di Roma, che poi sono gli stessi dell’Italia intera.

In questo teatrino tuttavia, ci sono delle cose che lasciano perplessi: il segretario del maggior partito italiano che si preoccupa del colore delle t-shirt da far indossare ai suoi sostenitori, il sindaco rivoluzionario che non fa altro che scaricare la patata bollente a chi c’era prima, il tutto mentre il Paese viene avvelenato dalla rabbia, dal rancore, dal razzismo sempre meno latente e più manifesto.

L’importante è apparire: il sindaco di Roma alla tv per spiegare che fosse per lei i problemi li avrebbe già risolti e la colpa è solo di chi non le permette di lavorare (appunto: chi?); il segretario del Pd a fare la comparsata accanto al suo idolo, Barack Obama; quanto ai problemi, che rimangano pure a marcire lì, evidenti ma ovviamente ignorati.

Quello dei rifiuti, anche dei rifiuti umani che devono essere eliminati come nel rogo di Roma, è la spia dell’incapacità della politica di parlare alle persone, presi come sono dall’apparire, dal tentare di dimostrare d’essere qualcosa parlando di ciò che non si conosce né capisce. Siamo dinnanzi a una politica trasformata ad un sacchetto dell’umido; una politica che s’è persa, sostituita dal tifo pro o contro qualcuno; una politica che non sa avere contenuti ma slogan da urlare come allo stadio.

Stando così le cose non devono meravigliare le tre sorelle che bruciano in un camper posteggiato in un centro commerciale, come non devono impressionare i commenti al rogo di Roma; chi dice: “hanno fatto bene”; indipendentemente dal fatto che l’azione sia stata frutto di razzismo o di vendetta personale: “hanno fatto bene”. È la rabbia che parla, la frustrazione, anche se non si è mai subito un furto, se non si è mai avuto a che fare con i rom: “hanno fatto bene”. Come se la situazione di ognuno dipenda dal “nemico” del momento e non da chi ha fatto esplodere le diseguaglianze, il disagio (e creato il “nemico” per coprirsi).

Il resto non è che un insopportabile cicaleccio di tweet, dichiarazioni, foto a cui tutti partecipano cercando di specularci. Per questo i rifiuti di Roma, come dell’intero Paese, non sono i cassonetti pieni e maleodoranti; il pattume che ha invaso questo Paese è l’involuzione culturale alla quale è stata portata la gente; l’involuzione del: “non sono razzista ma…”, oppure quella del: “prima l’Italia” o del: “padroni a casa nostra”. Slogan sparati dal politicante di turno in cerca di clamore e ripetuti come un mantra dal cittadino che si sente autorizzato a dire le stesse cose di chi sta in tv a blaterare. Slogan rozzi e bugiardi a cui attacca la sua speranza, la sua disperazione.

Bonificare quella discarica di pattume, la stessa che ha generato il rogo di Roma ma assai di più i commenti e le reazioni; il destino della politica in Italia (ma anche altrove, non fa differenza) si dovrebbe giocare in questo ambito. Ma nessuno ha braccia così forti da scalare una simile montagna; è meglio, ovvero assai più facile, rimanere in basso, solleticare gli istinti e sperare vanamente nel domani, o peggio ancora nell’uomo o nel partito della provvidenza (in questo l’Italia fa scuola da sempre).

di Sebastiano Lo Monaco

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