Robotica, intelligenza artificiale e disoccupazione

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di Cristina Amoroso

Il futuro dell’umanità sarà ridisegnato dalla robotica e dall’intelligenza artificiale, motori propulsivi della prossima rivoluzione tecnologica?

Se l’Economist in un recente articolo, Rise of the machines, analizza i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale, in un altro, The dawn of artificial intelligence, ricorda l’allarme lanciato da Stephen Hawking secondo il quale l’ulteriore sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe portare alla fine della specie umana.

“Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale piena potrebbe significare la fine della razza umana”, avverte Stephen Hawking, mentre Elon Musk teme che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe essere la più grande minaccia esistenziale volta all’umanità e Bill Gates invita i cittadini a diffidarne.

A fare chiarezza, un recente documento firmato da 400 scienziati, incluso Stephen Hawking, fissa i punti da considerare perché l’umanità tragga beneficio da queste tecnologie senza incidenti. Il manifesto, Research Priorities for Robust and Beneficial Artificial Intelligence (Le priorità della ricerca per una robusta e benefica Intelligenza artificiale), è finalizzato ad indirizzare al meglio gli investimenti in Intelligenza Artificiale, in modo che questa tecnologia possa divenire presto realtà.

Usa, Giappone ed Europa dedicano già risorse per la realizzazione di chirurghi robot o piattaforme di riabilitazione per migliorare l’assistenza sanitaria a lungo termine, come pure, macchine per intervenire in caso di eventi naturali straordinari quali terremoti, esondazioni, tsunami o provocati dall’uomo. Incidenti come quelli avvenuti a Fukushima, o nel Golfo del Messico, in mare o negli impianti industriali potrebbero essere mitigati con maggiore efficacia da macchine dotate di intelligenza artificiale in modo tale da ridurre il rischio per la vita umana.

I primi segnali di questa rivoluzione sono sotto gli occhi di tutti. Ciascuno di noi può contare su uno o più dispositivi muniti di intelligenza artificiale. Dai tablet e smartphone, alle telecamere  intelligenti, ai laser, ai piccoli robot per le pulizie. Protesi degli arti, esoscheletri e dispositivi di riabilitazione sono ormai una realtà crescente negli ospedali in tutto il mondo.

Il timore comune è la controllabilità della tecnologia e il suo potenziale per uso militare. Tutto ciò che si costruisce ha un potenziale di abuso e purtroppo la storia ha dimostrato una lunga scia di tali abusi.

Quale impatto possono avere queste tecnologie in una società con un’aspettativa di vita in costante crescita in termini di mantenimento della qualità di vita per l’intero corso dell’esistenza? Qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo porterà ad una fuoriuscita di molte persone dal mondo del lavoro, perché sostituite dalle macchine.

Che la rivoluzione tecnologica implichi un pesante impatto sul mondo del lavoro non è una novità. Da vent’anni ne ha scritto Jeremy Rifkin (La fine del lavoro), da quindici Bill Joy, il cervello di Sun Microsistem ribattezzato il “Thomas Edison di Internet”, che nel 2000 su Wired lo profetizzò in Perché il futuro non ha bisogno di noi.

I fatti hanno dato loro ragione. Di recente in Cina, a Dongguan, la Shenzhen Evenwin Precision Technology Co, un’azienda privata che fabbrica componenti per telefoni cellulari, vuole ridurre del 90% l’attuale forza lavoro sostituendola con un robot.

Questo è solo l’inizio. Secondo due studiosi britannici, Carl Benedikt Frey della Oxford Martin School e Michael A. Osborne del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Oxford, negli Stati Uniti sono a rischio robotizzazione il 47% dei posti di lavoro nei prossimi 10-20 anni. Percentuale che in Europa sale al 50%, stando ai dati della Fondazione Bruegel.

Nel frattempo nascono e crescono movimenti che immaginano l’avvento di una società senza valore di scambio, grazie alla nuova tecnologia. Come il Paradismo che “è un rivoluzionario sistema socio-politico attraverso il quale l’essere umano ritrova finalmente la propria dignità e il ruolo che gli compete all’interno della società. Le nuove tecnologie, presto disponibili, prenderanno il posto del proletariato e della mano d’opera umana, liberando l’Uomo dalla schiavitù del lavoro. Egli non sarà più costretto a lavorare duramente tutta una vita per guadagnare di che vivere miseramente, ma potrà unicamente gioire dei beni che la scienza produrrà gratuitamente e che un governo mondiale metterà a disposizione di tutti, equamente”.

Il Paradismo (presente in Italia dal 2011, attivo in Francia, Svizzera, Slovenia, Romania, Svezia, Australia, Belgio, Brasile e Costa d’Avorio) ha dei punti in comune con Zeitgeist, Venus Project e anche con il Movimento 5 Stelle con il suo disegno di legge sul reddito di cittadinanza, quasi un salario per i disoccupati, giustificato dal fatto che: “La crisi mondiale in atto non è contingente ma sistemica e strutturale. È un punto di non ritorno con cui il capitalismo globale deve fare i conti. Negli ultimi decenni si è assistito ad una progressiva e iniqua redistribuzione della ricchezza nei Paesi occidentali che, aumentando sempre più il divario tra i cosiddetti ricchi e i cosiddetti poveri, ha contribuito a ridurre in maniera determinante il potere d’acquisto di questi ultimi, minando le fondamenta stesse del sistema economico attuale”.

Quando non ci sarà nessuna occupazione creativa, intellettuale, qualunque cosa, insomma che faremo meglio delle macchine, tutti rischiamo di essere disoccupati.

Arrivati a questo punto, dobbiamo pensarci. Permetteremo che tutti muoiano di fame? O stiamo per capire come far mangiare tutti? Se capiremo come sfamare tutti, non sarà più necessario lavorare per essere pagati. Il contratto sociale, quindi, cambierà completamente.

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