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Riyadh minaccia Teheran ma teme una guerra

Salvo Ardizzone on 11 novembre 2017 - 05:11 in Attualità, Primo Piano

Riyadh sta alzando il tono delle minacce a Teheran, ma sa bene che non può rischiare una guerra aperta con l’Iran; la crescente aggressività del principe ereditario Mohammed bin Salman (l’attuale depositario del potere saudita) è strumentale, diretta essenzialmente a scopi interni e spingere gli alleati regionali (leggi Israele) ad una guerra prima che l’evolversi degli eventi consacri la definitiva vittoria dell’Asse della Resistenza.

È vero che Riyadh dispone di un ricchissimo arsenale che ha fatto la felicità delle industrie degli armamenti del globo, ma quanto a usarlo è tutt’altra cosa come ampiamente dimostrato in Yemen, dove, malgrado gli alleati, si è impantanata disastrosamente contro un avversario sulla carta assai più debole. Per i sauditi, aprire un ulteriore fronte potrebbe significare il crollo del regno, anche vista la situazione interna.

Mohammed bin Salman sta conducendo la fase finale della sua scalata al trono, una delicata transizione che lo vede impegnato contro i tradizionali pilastri del potere saudita che sta smantellando a suon di purghe per eliminare ogni potenziale rivale. Al contempo, intende stravolgere la struttura stessa dell’economia saudita, emancipandola dal petrolio; del consenso popolare alla monarchia, tagliando i sussidi su cui esso poggia; limitare il tradizionale ruolo degli ulema wahabiti, che legittimano il potere reale.

Si tratta di uno scontro cruciale che rende l’Arabia Saudita fragilissima, per Riyadh aprire ora un altro fronte sarebbe semplicemente impensabile; l’inusitata aggressività, essenzialmente verbale e diplomatica, mostrata in questi ultimi giorni verso i suoi rivali regionali, ovvero contro l’Asse della Resistenza, in primis verso l’Iran ed Hezbollah, ha altre motivazioni.

I sauditi sono reduci da una serie ininterrotta di sconfitte che hanno letteralmente stravolto i precedenti equilibri mediorientali: hanno fallito in Siria ed Iraq, dove l’aggressione, invece di smembrare i Paesi, ha determinato l’affermarsi definitivo della Resistenza come fattore di coesione delle popolazioni; in Yemen si sono impantanati in una guerra che li sta dissanguando e che ha fatto dell’Ansarullah il quinto pilastro della Resistenza; in Libano, dove per decenni hanno condizionato la politica del Paese, sono stati emarginati dal trasversale e interconfessionale sostegno all’Hezbollah.

È fortemente indebolita la stessa posizione d’egemonia che Riyadh ha sempre avuto in seno al Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc), l’organizzazione creata per guidare le petromonarchie del Golfo. Da giugno è in corso una crisi politica, diplomatica e finanziaria con il Qatar che, posto sotto embargo dai sauditi e dai suoi alleati, si è spinto sempre più verso Teheran, offrendole l’occasione di una “pesante” collaborazione. D’altronde, anche l’Oman da molto tempo dà segni di crescente insofferenza verso Riyadh e le sue politiche, stringendo i legami con la Repubblica Islamica.

In poche parole, l’Arabia Saudita ha visto crollare in pochi anni l’impalcatura di potere che le ha permesso  di dominare il Medio Oriente; ai suoi confini, dallo Yemen, alla Siria, all’Iraq, vede affacciarsi ovunque la Resistenza e assiste all’affermazione dell’Iran come potenza regionale e non solo; se a questo si aggiungono i movimenti che agitano il Bahrain, ridotto a un satellite saudita con gli Al Khalifa mantenuti al potere solo dalle truppe inviate da Riyadh e Abu Dhabi, e al crescente malcontento che monta in molte sue regioni interne, si ha un quadro catastrofico.

In passato, l’Arabia Saudita ha usato più volte la carta del petrolio come strumento di pressione contro i propri avversari, e per primo l’Iran; da ultimo ha scatenato una guerra dei prezzi nel 2014, ma ha rischiato di rimanerne travolta e, dopo gli accordi dentro e fuori l’Opec che è stata costretta a prendere per correre ai ripari, non può più usarla perché ne sarebbe la prima vittima.

A questo punto, Riyadh ha poche carte da giocare per controbattere una deriva che la sta marginalizzando; per questo, non potendo intervenire direttamente, sta alzando la tensione per creare le condizioni di un intervento dell’ultima potenza regionale interessata a contrastare l’affermazione dell’Asse della Resistenza, Israele, o quanto meno per farlo muovere, permettendo all’Arabia Saudita di guadagnare tempo.

Tel Aviv sa bene che, una volta chiusa la partita in Siria ed Iraq e marginalizzata Riyadh, la Resistenza punterà su Gerusalemme; la sua finestra d’opportunità per un intervento si restringe di pari passo alla liquidazione delle crisi irachena e, soprattutto, siriana. Israele ha aiutato “ribelli” e terroristi per allontanare questo momento, ma è consapevole che ormai sta giungendo e si sta preparando; non è un caso che, dopo le più grandi manovre terrestri mai tenute da Tsahal, da domenica scorsa siano in corso le più grandi manovre aeree mai realizzate, che dureranno fino al 16 novembre.

Secondo il Times of Israel sono basate sull’aeroporto di Ovda, nel Negev a nord di Eilat, e vi partecipano altri 8 Paesi: Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Polonia, Grecia, India (con cui Israele sta stringendo una forte cooperazione militare) e un ottavo Paese di cui non è stato comunicato il nome.

Di qui la crescente minaccia su Siria e, soprattutto, Libano, per Israele la culla del peggior nemico, Hezbollah. Che poi ciò possa sboccare in un attacco è altra storia, altra ancora è che, per quanto massiccio e improvviso, possa avere successo. Se ciò dovesse avvenire, l’arroganza di Tel Aviv è proverbiale, non farebbe che precipitare lo scontro finale già segnato fra l’entità sionista e la Resistenza, l’ultima fase del cambiamento epocale in atto in Medio Oriente.

di Salvo Ardizzone

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