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I risvolti dell’espansione della Turchia in Siria

Irene Masala on 16 aprile 2018 - 03:16 in Medio Oriente, Primo Piano

L’intervento dell’esercito della Turchia in Siria, con lo sconfinamento nella regione settentrionale di Afrin iniziato lo scorso 20 gennaio, ha segnato l’inizio di un nuovo periodo nella politica estera turca. I rapporti sul campo indicano come l’esercito turco e i suoi alleati, composti prevalentemente da militanti del sedicente Stato islamico e del Fronte Al-Nusra, siano riusciti a conquistare l’enclave di Afrin dopo due mesi di battaglia, definita asimmetrica dall’agenzia stampa sciita “AhluBayt” (Abna).

L'intervento dell’esercito della Turchia in Siria, con lo sconfinamento nella regione settentrionale di Afrin iniziato lo scorso 20 gennaio, ha segnato l'inizio di un nuovo periodo nella politica estera turca. I rapporti sul campo indicano come l'esercito turco e i suoi alleati, composti prevalentemente da militanti del sedicente Stato islamico e del Fronte Al-Nusra, siano riusciti a conquistare l'enclave di Afrin dopo due mesi di battaglia, definita asimmetrica dall’agenzia stampa sciita “AhluBayt” (Abna). Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha recentemente annunciato che è giunto il momento per la seconda fase dell’Operazione Olive Branch, il cui obiettivo è quello di conquistare altre città a maggioranza curda come Manbij, Tell Abyad, Hasakah e Kobane. La domanda è ora se il leader della Turchia riuscirà a realizzare gli obiettivi militari in Siria in seguito alle minacce interventiste che in questi ultimi giorni arrivano dal presidente degli Usa Donald Trump e dalla Francia di Emmanuel Macron. Mentre Erdogan non mostra segni di voler interrompere le sue operazioni nel prossimo futuro nei paesi limitrofi, viene in mente una serie di domande: il leader turco riuscirà a realizzare i suoi obiettivi? Inoltre, quali questioni dovrebbero essere prese in considerazione nell'analisi dei vari obiettivi e aspetti dell'aggressione turca? Rispondere alle domande prende in considerazione gli obiettivi di Erdogan e anche le equazioni regionali e internazionali. Questo può facilitare disegnare una prospettiva per il futuro. Il ruolo della Turchia nella repressione dei curdi siriani Il confine tra Turchia e Siria conta di ben 930 chilometri e prima della cattura di Afrin, almeno 800 chilometri di frontiera erano controllati dai curdi siriani. Questa è una delle motivazioni che ha spinto Erdogan a definire l’operazione Olive Brach come propedeutica per garantire la sicurezza nazionale. La Turchia sta affrontando inoltre il problema dei numerosi rifugiati siriani: i campi profughi turchi ospitano infatti circa tre milioni di sfollati siriani. La sistemazione dei rifugiati nelle aree catturate rappresenta per Ankara un duplice vantaggio: da un lato, può eliminare gli enormi costi legati al mantenimento dei campi sul suo territorio e, dall'altro, può cambiare il rapporto demografico del nord a suo vantaggio in quanto i curdi perderanno la maggioranza e, con essa, la capacità di perseguire incisivamente l'indipendenza. I piani di Erdigan e della Turchia potrebbero trovare però degli ostacoli. In primo luogo il presidente turco ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti per portare avanti con successo i suoi piani. Inoltre le politiche espansive di Erdogan dell’Asia occidentale potrebbero essere ridimensionate dall’intervento di Russia e l'Iran, fedeli alleati della Siria. Ipotesi che potrebbe mettere in pericolo la cooperazione del trio sull'iniziativa di pace di Astana, ormai sempre più sbiadita e lontana in vista dei recenti venti di guerra che soffiano sul territorio siriano.

AFP PHOTO / Maan al-SHANAN

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha recentemente annunciato che è giunto il momento per la seconda fase dell’Operazione Olive Branch, il cui obiettivo è quello di conquistare altre città a maggioranza curda come Manbij, Tell Abyad, Hasakah e Kobane. La domanda ora è: il leader della Turchia riuscirà a realizzare gli obiettivi militari in Siria in seguito agli attacchi missilistici degli ultimi giorni condotti da Usa, Francia e Gran Bretagna?

Il ruolo della Turchia nella repressione dei curdi siriani

Il confine tra Turchia e Siria conta di ben 930 chilometri e, prima della cattura di Afrin, almeno 800 chilometri di frontiera erano controllati dai curdi siriani. Questa è una delle motivazioni che ha spinto Erdogan a definire l’operazione Olive Brach come propedeutica per  garantire la sicurezza nazionale. La Turchia sta affrontando inoltre il problema dei numerosi rifugiati siriani: i campi profughi turchi ospitano infatti circa tre milioni di sfollati siriani. La sistemazione dei rifugiati nelle aree catturate rappresenta per Ankara un duplice vantaggio: da un lato, può eliminare gli enormi costi legati al mantenimento dei campi sul suo territorio e, dall’altro, può cambiare il rapporto demografico del nord della Siria a proprio vantaggio in quanto i curdi perderanno la maggioranza e, con essa, la capacità di perseguire incisivamente l’indipendenza.

I piani di Erdogan e della Turchia potrebbero trovare però degli ostacoli. In primo luogo il presidente turco ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti per portare avanti con successo i suoi piani. Inoltre, le politiche espansive di Erdogan dell’Asia occidentale potrebbero essere ridimensionate dall’intervento di Russia e l’Iran, fedeli alleati della Siria. Ipotesi che potrebbe mettere in pericolo la cooperazione del trio sull’iniziativa di Pace di Astana, ormai sempre più sbiadita e lontana in vista dei recenti venti di guerra che soffiano sul territorio siriano.

di Irene Masala

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