Iraq: Resistenza espelle curdi dai territori occupati

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I peshmerga curdi si sono ritirati da tutti i territori iracheni occupati dopo il giugno 2014, quando il Daesh minacciò di far collassare i Paese, a dichiararlo alla Reuters è stato un alto ufficiale iracheno; secondo quanto riportato, il ritiro è stato completato quando i miliziani curdi hanno abbandonato le ultime posizioni nella provincia di Niniveh, nel nord-est.

Si è conclusa così in 48 ore, raggiungendo tutti gli obiettivi, l’operazione lanciata dall’Esercito e dalle Hashd al-Shaabi che ha riportato sotto il controllo di Baghdad non solo Kirkuk, ma anche Khanaqin, Jalawla, Makhmur, Bashiqa, la diga di Mosul, Sinijar e tutti gli altri territori che i curdi avevano occupato con la motivazione della lotta all’Isis, e che avevano più volte rifiutato di riconsegnare al Governo centrale.

Fra gli obiettivi riconquistati figurano i campi petroliferi e le infrastrutture per il loro sfruttamento, che rappresentavano assai più di 400mila barili giornalieri di greggio dei circa 650mila complessivi che la Regione Autonoma curda esportava autonomamente; l’ultimo campo rimasto in mano al Governo del Kurdistan (Krg) è quello di Khurmala, a sud di Erbil.

Con la perdita delle rendite di petrolio e gas proveniente dai territori iracheni occupati, le velleità di Barzani (l’eterno presidente del Krg, che da 12 anni ricopre la carica postergando sempre le elezioni) d’incoronarsi capo di uno Stato indipendente subiscono un colpo decisivo. Il primo ministro iracheno Haider al-Abadi, martedì ha dichiarato che il referendum del 25 settembre è ormai archiviato e che l’autorità centrale deve essere ristabilita su tutto l’Iraq.

Dietro la fulminea disfatta militare e soprattutto politica dei peshmerga curdi, e di Barzani che si è intestato l’azzardo del confronto con Baghdad, ci sono almeno tre motivi: il primo è la mancata comprensione che l’Asse della Resistenza è una realtà politico-militare di prima grandezza, ed è il vincitore delle guerre sanguinose che hanno insanguinato il Medio Oriente; metterlo in discussione, tentando di innescare una nuova crisi per assicurarsi i vantaggi conseguiti grazie alla guerra ed agli appoggi delle potenze che avevano puntato tutto sullo smembramento del Paese, è stato semplicemente velleitario.

La seconda ragione è che il tentativo di Barzani mirava ad assicurare vantaggi a sé e al gruppo di potere che lo sostiene, senza tener conto delle profonde divisioni interne ai curdi che il suo azzardo ha fatto esplodere. La Forza 70, la milizia vicina al Puk, il partito del defunto Jalal Talabani, non aveva nessuna intenzione di combattere per preservare gli interessi personali del Presidente e del suo entourage, posizione largamente condivisa dall’altro partito d’opposizione del Krg, il Gorran, e che ha condotto a un disimpegno delle formazioni combattenti, che ha coinvolto anche reparti emanazione del Kdp, il partito dello stesso Barzani.

Pochi giorni prima che Baghdad lanciasse l’operazione per riprendere i propri territori, il generale Suleimani, il capo della Forza Quds dei Pasdaran, si è recato nel Kurdistan iracheno; dopo aver pregato sulla tomba di Talabani (il leader del Puk morto pochi giorni fa dopo una lunga malattia), ha incontrato i suoi figli che controllano le milizie del suo partito, e ha rinsaldato una collaborazione per l’amministrazione del Kurdistan, che Barzani tenta da sempre di tenere per sé e il suo gruppo.

La terza ragione è che il Presidente del Krg si è mosso nel sostanziale isolamento internazionale, contando soltanto sull’approvazione di Israele e di quella sottobanco degli Usa, entrambi interessati ad attizzare un nuovo focolaio di crisi nel momento in cui l’Isis viene eliminato; dinanzi alla decisa reazione della Resistenza, ed al venire meno anche di un antico alleato come Erdogan, preoccupato per le ricadute interne che  il referendum curdo avrebbe potuto determinare, Barzani è stato lasciato solo.

Solo e messo sotto accusa dagli altri partiti curdi, che nell’azzardo della contrapposizione frontale con Baghdad hanno visto sia un pericolo reale per il Krg, che un’occasione per sbarazzarsi di un Presidente abbarbicato al potere da 12 anni, grazie a corruzione e nepotismo.

Adesso i commentatori occidentali si stupiscono per la prova di forza del Governo iracheno ritenuto “debole” e “vittima” delle potenze regionali; è un fatto che, dopo la sciagurata invasione Usa del 2003, per lunghi anni l’Iraq è stato preda del caos; ma è pure un fatto che l’aggressione dell’Isis, con la guerra che ne è seguita, ha saputo forgiare le forze della Resistenza che ora reclamano il ruolo politico che hanno saputo conquistare sul campo, e puntano a restaurare la piena sovranità del Paese.

Ciò che dovrebbe stupire, semmai, è la mancanza di comprensione dell’enorme portata politica costituita dall’affermarsi dell’Asse della Resistenza, da parte di tanti sedicenti esperti e analisti, che mostrano di non aver capito il nuovo Medio Oriente che è ormai sorto.

di Salvo Ardizzone

 

 

 

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