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Referendum in Turchia: fra proteste e frodi vince il “sultano”

Salvo Ardizzone on 16 aprile 2017 - 18:18 in Attualità, Primo Piano

Fra protese e accuse di frodi, il referendum in Turchia ha sancito la vittoria di misura di Erdogan: il “Si” alla riforma costituzionale che l’incorona “sultano” ha il 51,3%, sufficiente comunque a garantirgli un successo già oscurato dalle discutibili decisioni dell’Alta Commissione elettorale, che autorizzano ampiamente le opposizioni a parlare di frode. D’altronde, con una posta così alta in palio, sarebbe stata necessaria un’impensabile debacle per costringere Erdogan ad ammettere una sconfitta. L’affluenza è stata pari all’83%, a testimonianza di un voto percepito come cruciale fra i 55 milioni di votanti.

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Nella realtà, malgrado la pessima condotta della campagna elettorale per il “Si”, si tratta di una vittoria indispensabile a Erdogan e largamente annunciata grazie sia all’asfissiante controllo della macchina amministrativa che al bavaglio posto ad ogni dissenso, con una brutale repressione che ha zittito oppositori e media. A questo s’aggiunge la pochezza degli avversari, con il Chp (i kemalisti) attenti a non disturbare e l’Hdp (il partito filo curdo) con il leader e molti dirigenti incarcerati, ormai ininfluenti anche per i propri errori.

Unica esponente dell’opposizione emersa nella campagna elettorale è stata Meral Aksener, espulsa dall’Mhp (i nazionalisti ora al governo con l’Akp) è rimasta il vero leader dei Lupi Grigi, per il resto c’è il nulla.

Vinto il referendum in Turchia, sia pur d’un soffio, il “sultano” formalizza il potere assoluto che ha sempre cercato: nominerà e licenzierà a piacimento i ministri, i giudici, i capi delle Forze Armate e la stessa Corte Costituzionale senza che il parlamento possa far nulla né porre limite ai suoi decreti, grazie ad una riforma costituzionale dettata da lui, che gli permetterà di regnare incontrastato fino al 2034, praticamente a vita.

Dopo il referendum in Turchia si dovranno affrontare i tanti problemi irrisolti: un’economia che dopo i successi passati ora va sempre peggio; la piaga del Terrorismo, che ha messo radici nel Paese; la questione curda, più che mai aperta e che l’avventura in Siria ha semmai aggravata. Erdogan, dopo le tante sconfitte che hanno portato all’isolamento del Paese, proverà a riproporsi forte della legittimazione popolare, e punterà probabilmente su Barzani, il Presidente dell’entità curda irachena con cui ha antichi rapporti di interesse.

Sia come sia, il referendum in Turchia ha consegnato un Paese alla patologica ambizione di un uomo solo al comando, in un momento storico e politico estremamente delicato. Con tutta probabilità, anche se il potere di Erdogan è stato rinsaldato dal successo elettorale, l’elettorato è comunque spaccato in due ed è assai improbabile che le sue aspirazioni oltre i confini possano raccogliere qualche successo. Semmai, possono aumentare la conflittualità dell’area.

Ciò che potrà fare, questo sì, sarà tornare a ricattare un’Unione Europea divisa quanto inconcludente, brandendo l’arma dei profughi per ricavare denaro e potere.

di Salvo Ardizzone

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