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Raid israeliano in Siria, uccisi almeno due militari

Salvo Ardizzone on 8 settembre 2017 - 05:06 in Medio Oriente, Primo Piano

Alle 2.42 di giovedì, ora locale, un raid israeliano ha colpito due siti nei pressi di Masyat, 60 km a est di Tartus, causando almeno 2 morti e 5 feriti. Gli aerei hanno condotto l’attacco sorvolando il territorio libanese, senza entrare nello spazio aereo siriano; i missili lanciati dagli aerei hanno colpito un’istallazione militare e un centro di ricerca.

Il comunicato dell’Esercito siriano ha motivato il raid israeliano con l’intenzione di aiutare l’Isis e gli altri gruppi terroristici messi in crisi dalle disastrose sconfitte subite, ma ovviamente si tratta di una versione necessariamente destinata a coprire molte cose non dette, o che difficilmente possono essere rese ufficiali.

Al-Masnar News ha comunicato che ad essere colpito è stato il Centro Studi Scientifici e di Ricerca (Ssrc), mentre l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, nel confermare l’attacco al centro di ricerca, ha affermato che l’altro bersaglio era una base militare vicina, dove si sono verificate diverse esplosioni dopo il raid, sostenendo che si trattava di un magazzino di stoccaggio di missili. Qualche giorno fa, la stampa israeliana, fra cui Ynet, parlava dell’esistenza di un centro per il loro assemblaggio, allocato giustappunto fra Tartus e Hama, come Masyaf.

Al di là delle motivazioni di fantasia, come quelle avanzate dalla Bbc in lingua araba che ha favoleggiato che ad essere colpita è stata una fabbrica di armi chimiche, argomento sempre di moda per criminalizzare Damasco, e del fatto che, come di consueto, Tel Aviv nell’immediato non abbia voluto commentare i fatti, il raid israeliano parla abbastanza da sé.

In primo luogo tutta l’area è sotto lo stretto controllo del sistema antiaereo russo, e la base attaccata si trova addirittura nei pressi di una batteria di S-400; è impensabile il raid israeliano sia avvenuto senza un preventivo assenso di Mosca. E d’altronde, già diverse altre volte Israele ha condotto impunemente attacchi in Siria, sia per eliminare figure scomode, sia per bloccare trasferimenti di armi ad Hezbollah, il tutto nel quadro di accordi da molto tempo in essere fra l’entità sionista e la Russia.

Ignorare i legami strategici fra i due Paesi è ingenuo, come lo è ipotizzare che il raid israeliano abbia voluto aiutare i takfiri; per Israele gli obiettivi principali dei suoi attacchi sono e rimangono Hezbollah e l’Iran, che percepisce come le proprie minacce principali.

Ma è pure ingenuo non comprendere che la cupola antiaerea che i russi hanno posto su vasta parte del Medio Oriente, serve a difendere gli interessi di Mosca, non quelli della Resistenza che non sono identici anche se vi è una notevole coincidenza.

Il fatto è che con la sconfitta di “ribelli” ed Isis la guerra in Siria ormai volge alla fine, e inizia la partita sul nuovo Medio Oriente che succederà al vecchio sepolto dalle vittorie della Resistenza. Il raid israeliano va letto in questo contesto, nella volontà di Israele di contenere Hezbollah e Iran e saggiare la tenuta delle proprie alleanze.

Altro discorso, assai diverso, sarà quello che si aprirà quando i nuovi equilibri si assesteranno e l’Asse della Resistenza potrà riprendere la via verso Gerusalemme. Allora sarà Israele ad essere un corpo estraneo nella regione, e la sua importanza, complice il continuo spostamento dell’interesse geopolitico verso l’Asia-Pacifico (anche e soprattutto per gli Usa), sarà assai ridimensionata.

di Salvo Ardizzone

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