Qatar isolato, sauditi ed emiratini rompono le relazioni

Visualizzazioni : 115

Con una decisione senza precedenti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno rotto le relazioni con il Qatar, seguiti dal Bahrain, dal 2011 protettorato di Riyadh, e dall’Egitto di Al-Sisi, che con Doha ha un conto aperto a causa della protezione data da questa alla Fratellanza Musulmana sua acerrima nemica.

Una crisi fra gli stessi attori s’era consumata nel 2014, ma allora non si era andati oltre il ritiro degli Ambasciatori e dopo 8 mesi s’era ricomposta; adesso la frattura è assai più brutale con la rottura completa dei rapporti e dei collegamenti aerei e navali.

La decisione è giunta al culmine di due settimane d’offensiva mediatica lanciata dai media sauditi ed emiratini contro il Qatar; ad innescarla sarebbero state delle aperture verbali verso l’Iran di Tamin al-Thani, il giovane emiro del Qatar, riportate dall’agenzia di stampa Qatar News Agency ma subito definite opera di hacker dalle autorità di Doha.

Ciò malgrado, media come al-Arabiya hanno scagliato accuse sempre più pesanti qualificando il Qatar come infiltrato nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) di cui fa parte, sostenitore e finanziatore del terrorismo, sia dell’Isis e delle bande vicine ad al-Qaeda che delle milizie sciite (!) e fonte d’instabilità regionale.

Degli altri Paesi del Ccg, l’Oman si è mantenuto neutrale mentre il Kuwait ha tentato una mediazione, ma sauditi ed emiratini hanno richiesto che vi partecipi Saud bin Nasser al-Thani, un membro dissidente della famiglia reale qatarina che vive a Londra: uno schiaffo per bloccare l’iniziativa.

Dalla piega che hanno preso i fatti, la manovra contro il Qatar va oltre il supporto dato da esso alla Fratellanza Musulmana ed i rapporti pragmatici con l’Iran, con cui Doha condivide il più grande giacimento di gas esistente al mondo (il South Pars/North Dome). L’offensiva sembra tendere piuttosto a soffocare una volta per tutte il ruolo politico che l’emirato è riuscito a ritagliarsi dal 1995, riducendolo a semplice satellite di Riyadh.

Il Qatar, insieme alla Turchia, è il principale sponsor della Fratellanza Musulmana in tutto il Medio Oriente allargato; nella crisi siriana la coincidenza d’interessi (scalzare al-Assad ed infrangere la Mezzaluna Sciita per dividersi le spoglie del Paese) ha propiziato un patto fra le petromonarchie, adesso naufragato con la sconfitta di “ribelli” e terroristi, la vittoria dell’Asse della Resistenza e la “normalizzazione” dei rapporti fra Russia e Turchia, l’altro Stato dell’area alleato del Qatar che ha recentemente aperto una base militare nell’emirato.

Anche in Libia Doha, insieme ad Ankara, si trova su posizioni opposte a Riyadh e Abu Dhabi, perché sostiene al-Serraj mentre gli altri, con l’Egitto, sostengono Haftar, facendo un gioco completamente diverso.

Gli stessi accordi di Astana, che hanno visto Erdogan accordarsi con la Russia e l’Iran, con l’acquiescenza del Qatar e dei “ribelli” del Free Syrian Army vicini alla Fratellanza, sono stati visti assai male da sauditi ed emiratini, tagliati fuori da quell’intesa. Da ultimo, il clima anche solo di facciata di “rapporti normali” con Teheran è giudicato insopportabile a Riyadh e Abu Dhabi.

E qui veniamo al punto più interessante nello svolgersi dei fatti: la crisi è precipitata all’indomani della visita di Trump in Arabia Saudita ed avrebbe per regista Mohammed bin Zayed, generale e Ministro della Difesa degli Emirati e di fatto l’uomo forte del Paese, strettamente legato alla nuova Amministrazione Usa tramite Jared Kushner. Quello di Zayed è un crescente ruolo di primo piano nelle vicende del Golfo che viene sofferto da Mohammad bin Salman, il figlio del re saudita che tiene in mano le redini a Riyadh.

È tuttavia difficile ipotizzare che l’attacco al Qatar, anche se giunto subito dopo la restaurazione dei vecchi rapporti Usa-Arabia, sia stato ispirato da Washington, che vi vede un’inutile complicazione in un quadro già complicatissimo; fede ne fanno le immediate dichiarazioni di Rex Tillerson, che deprecano fortemente una spaccatura nel Ccg e sollecitano una pronta rappacificazione.

È assai più probabile che, nel clima di ritrovato sostegno degli Usa (e di una loro rinnovata “copertura”), Mohammed bin Zayed abbia sollecitato l’iniziativa per regolare i conti nell’area del Golfo riconducendo all’ordine il Qatar nel momento in cui si prospetta la resa dei conti decisiva con l’Asse della Resistenza vittorioso. Al contempo, gli Emirati tendono piuttosto a marcare una propria autonomia dal crescente attivismo di Muhammad bin Salman, e lo si vede chiaramente nella divaricazione degli interessi emiratini da quelli sauditi in Yemen e nel Corno d’Africa.

Sia come sia, dinanzi all’offensiva improvvisa quanto violenta, è dubbio che l’emiro del Qatar, Tamin, possa evitare di capitolare, è da vedere piuttosto quale sia il prezzo; d’altro canto, allo stato delle cose, è semplicemente impensabile un radicale cambio di campo, malgrado le aperture iraniane.

Come detto, è una resa dei conti quella che si è innescata, inevitabile alla vigilia dello scontro finale fra l’Imperialismo e il blocco di potere che ha dominato a piacimento il Medio Oriente da un canto, e l’Asse della Resistenza dall’altro. Una resa dei conti che, attenzione, potrebbe avere massicce ricadute economiche in Occidente, stante gli immensi investimenti del Qatar (anche in Italia) e la guerra finanziaria che potrebbe innescarsi fra le petromonarchie.

di Salvo Ardizzone

lascia un commento

IlFaroSulMondo.it usa i cookies, anche di terze parti. Ti invitiamo a dare il consenso così da proseguire al meglio con una navigazione ottimizzata. maggiori informazioni

Le attuali impostazioni permettono l'utilizzo dei cookies al fine di fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Se continui ad utilizzare questo sito web senza cambiare le tue impostazioni dei cookies o cliccando "OK, accetto" nel banner in basso ne acconsenterai l'utilizzo.

Chiudi