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I piani di Putin per le presidenziali russe

Salvo Ardizzone on 7 febbraio 2018 - 05:02 in Attualità, Primo Piano

Il 18 marzo si terranno le presidenziali russe e Vladimir Putin s’avvia a stravincere il suo quarto mandato sulle ali d’un altissimo consenso che viaggia intorno all’80%, un fatto che non può essere messo in dubbio da chiunque conosca appena un po’ la società russa.

Personaggi come Alexei Navalnyj, caro ai blogger occidentali, sono creature posticce create e foraggiate da Ong che definire opache è poco, per dare spunto al circo mediatico dell’Occidente di dipingere la Russia come un Paese dove il dissenso viene schiacciato da un regime.

Malgrado il risultato sia già scritto, per Putin quelle elezioni saranno una verifica della tenuta del suo sistema. L’uomo che nel 1999 ha preso le redini di una Russia devastata, scomparsa dalla scena internazionale, che ha saputo rialzarla dall’abisso e riportarla al centro della scena mondiale malgrado gli attacchi dell’Occidente sa di non essere eterno.

Putin è cosciente che il suo lavoro andrebbe perso in pochi anni se in quello che ritiene il suo ultimo mandato, il quarto, non portasse a compimento, o quanto meno non avviasse a conclusione una quantità di dossier. Il primo è la scelta del successore.

Nel cerchio stretto dei suoi collaboratori c’è da tempo fermento; secondo la maggior parte degli esperti il successore c’è già, ma viene tenuto nascosto per non bruciarlo anzitempo. È comunque un fatto che l’antico gruppo di “siloviki” (ex agenti del Kgb) approdati a Mosca da Pietroburgo al seguito di Putin stia tramontando.

Da tempo il Presidente russo punta su uomini nuovi, meno compromessi, meno ingombranti e con meno interessi personali da difendere; malgrado un profilo volutamente basso, l’identikit punterebbe su Alexej Djumin, attuale governatore della regione di Tula, vicinissimo a Putin tanto che il Presidente gli ha affidato la gestione dell’annessione della Crimea, missione svolta impeccabilmente pur rimanendo dietro le quinte.

Sia come sia, la scelta del successore è fondamentale perché il sistema Russia non imploda nuovamente sotto gli attacchi di un Occidente sempre più ostile a che Mosca riprenda il suo ruolo di potenza globale. Ma è solo il primo dei problemi, anche se il tema della successione, secondo discreti ed attendibili sondaggi, sarebbe il primo per i russi.

Nell’agenda di Vladimir Vladimirovic Putin, Vvp come lo chiamano familiarmente in Russia, c’è un lungo elenco di sfide di natura politica ed economica. La prima è il rapporto con la Cina.

Pechino ha interessi storicamente divergenti e conflittuali con Mosca. Il successo della mossa del cavallo con cui Putin sparigliò i giochi, uscendo dall’isolamento in cui voleva relegarlo Washington è dettato dalla coincidenza d’interessi nel contrapporsi all’imperialismo Usa.

Un matrimonio basato sul gas e petrolio russo da un canto e capitali cinesi dall’altro, da scambi commerciali e progetti infrastrutturali, dalla convergenza o desistenza di Pechino sugli interessi russi e sul reciproco appoggio diplomatico dinanzi all’aggressività di Washington. Ma un accordo da blindare prima che riemergano le tradizionali divergenza strategiche fra due potenze destinate a scontrarsi nell’Asia Centrale e in Estremo Oriente.

Il secondo dossier da chiudere presto è quello siriano; Putin intende chiuderlo al più presto e passare all’incasso dell’enorme capitale politico acquistato con il suo intervento nella crisi siriana. Un lucido azzardo che gli ha conferito il ruolo di top player mediorientale, che adesso intende consolidare con una catena di basi e solidi appoggi dalle coste siriane fino alla Libia (e al suo petrolio).

Ma la crisi che più d’ogni altra Putin intende chiudere è quella Ucraina; il Presidente russo sa che ormai Kiev è persa, smarrita nel dedalo di promesse e ricatti dell’Occidente, ma sa pure che il conflitto congelato del Donbass ha un costo politico alto per Mosca, frapponendosi a qualsiasi seria collaborazione con l’Europa.

Per adesso Putin sta attendendo con la pazienza dello scacchista, puntando sulla crescente stanchezza dell’Europa che conta per sanzioni suicide; nel frattempo fa lanciare proposte che tengano le carte in movimento, come quella di rimpiazzare l’Ucraina con la “Malorossija” (la “Piccola Russia” di zarista memoria) avanzata dalla Repubblica separatista di Donetsk.

Ma la sfida più dura sarà forse quella economica: diversificare un’economia troppo dipendente da energia e materie prime. Per farlo dovrà smontare i tanti gruppi di potere sedimentatisi nel tempo nella sua ombra e gestiti proprio dai “siloviki” che gli furono accanto nei suoi primi due mandati e che grazie a lui hanno accumulato potere e ricchezza, ma che ora potrebbero divenire i suoi peggiori nemici.

Per avviare un cambiamento definitivo dell’economia, alla Russia serve una crescita del 3-4%; un obiettivo ampiamente alla portata se non fosse per la guerra economica fatta da Washington a colpi di sanzioni e ostracismi grazie alla sua egemonia sulle istituzioni finanziarie.

Per questo è l’economia la prima preoccupazione di Putin, che non a caso s’informa settimanalmente sui progressi nell’applicazione delle tecnologie più avanzate; sa bene che il Sistema Russia ha alcune eccellenze come l’apparato militare-industriale, e non a caso ha puntato su di esso per costruire buona parte dei successi che hanno riportato Mosca al centro della scena.

Ma conosce pure il gap industriale ed infrastrutturale che permane, e la necessità di colmarlo per assicurare stabilmente il posto che compete al suo Paese malgrado le minacce e le aggressioni di cui è fatto segno.

Sia come sia, il quarto, e quasi certamente ultimo mandato presidenziale di Putin sarà decisivo per molte ragioni: sia, ovviamente, per la Russia, che potrà trovare la sua definitiva consacrazione di ritrovata potenza globale; sia per vasta parte del mondo, Europa inclusa, che dagli sviluppi delle politiche di Mosca potrà ricavare vie alternative e sponde per sottrarsi all’unilateralismo imposto dall’imperialismo Usa.

di Salvo Ardizzone

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