Processo Eternit: l’ennesima ingiustizia per una strage senza colpevoli

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di Salvo Ardizzone

I giudici della prima sezione penale della Cassazione, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale Iacoviello, hanno annullato la condanna a 18 anni di carcere che la Corte d’Appello di Torino aveva inflitto al miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, perché il reato è estinto per prescrizione, nell’ambito del procedimento per disastro doloso ambientale permanente causato dalla diffusione di amianto dentro e fuori gli stabilimenti Eternit; a seguito di ciò sono stati annullati anche i risarcimenti per le vittime.

Si conclude così, nella maniera più squallida, pilatesca e vergognosa, una vicenda che dal 1966 ha mietuto oltre 3mila vittime e ne continua a mietere senza sosta; a Casale Monferrato, sede di uno degli impianti, l’amianto uccide al ritmo di 50/60 decessi l’anno, e lo stesso negli stabilimenti di Cavagnolo (Torino), Rubiera in Emilia e Bagnoli a Napoli, con un picco di morti previste che si toccherà solo nel 2025.

Nel corso della requisitoria, il Procuratore ha ammesso che è stato provato il dolo dell’Azienda che, consapevole dei danni agli uomini e all’ambiente, ha fatto di tutto per nasconderlo e continuare le produzioni, ma ha concluso dicendo che il processo arriva a notevole distanza dai fatti e che si deve applicare ad essi la prescrizione, perché non si può piegare la legge alla giustizia.

A queste parole stupefacenti rispondiamo con due domande: ma non “dovrebbe” essere la giustizia il fine delle leggi? E ancora: se le cause sono lontane, di chi è, di chi sarà la colpa delle centinaia, forse migliaia di vittime che stanno morendo e moriranno negli anni futuri di mesotelioma, causato da quelle fabbriche maledette?

La vicenda è nata nel 2004, quando la Procura di Torino aprì un inchiesta che accertò la responsabilità dirette dell’amianto nella morte di migliaia di persone, soprattutto operai che lavoravano in quelle fabbriche senza nessuna protezione, malgrado la direzione fosse pienamente consapevole del rischio, e accertò pure che la proprietà fece di tutto per nascondere i fatti e continuare come se nulla fosse. In primo grado furono condannati sia il barone belga Jean Luis de Cartier che il magnate Stephan Schmidheiny, in appello la condanna riguardò solo Stephan Schmidheiny, perché il ricco barone era tranquillamente morto a 92 anni nel suo letto. Ora, malgrado i fatti siano stati accertati, tutto finisce con una sentenza assurda che sfregerà con la beffa vittime e superstiti.

Urlare con i parenti di chi è morto “vergogna!” è troppo poco; è l’ennesima dimostrazione di uno Stato arrogante coi deboli e ossequioso quanto servile coi potenti; è l’ennesima dimostrazione di come la giustizia sia morta ormai da tempo, uccisa da leggi fatte per essere usate sapientemente a vantaggio di pochi ricchi privilegiati.

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