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Parità di genere, l’Europa arranca

Salvo Ardizzone on 4 dicembre 2017 - 05:01 in Europa, Primo Piano

Sulla parità di genere che fa tanto discutere ma che rimane sempre lettera morta, il 2 novembre il Global Gender Gap Report ha detto la sua senza mezzi termini, stessa cosa ha fatto l’Ocse qualche giorno prima diffondendo un report desolante sulla disuguaglianza di genere.

Da anni il Global Gender Gap Index ci ricorda come lavoro e politica siano gli ambiti in cui le disuguaglianze di genere sono particolarmente marcate in tutti i Paesi del mondo, più di quanto accada per istruzione o salute. In base agli ultimi dati disponibili, l’Italia si trova al 118° posto su 144 Paesi per quanto riguarda la partecipazione e le opportunità economiche e al 46° per rappresentanza politica. Peggio dello scorso anno e, soprattutto sul fronte lavoro, peggio rispetto al primo anno di pubblicazione del rapporto nel 2006.

I dati sulla parità di genere ci dicono che permane il Cristal Floor (il “pavimento di cristallo” che separa le donne dalle loro reali possibilità) a livello decisionale e politico che crea il gap maggiore. Dal 2003 la Commissione dei Ministri del Consiglio d’Europa ha adottato il Recommendation Rec (2003)3, dove sono descritte una serie di raccomandazioni che i 47 Stati membri devono seguire per promuovere un’equa rappresentanza di donne e uomini in posizioni di responsabilità con l’obiettivo di raggiungere il 40% minimo di partecipazione alle cariche decisionali sia a livello politico che pubblico. Dal 2003 gli Stati membri si sono impegnati a comunicare al Consiglio d’Europa le misure prese per raggiungere l’obiettivo minimo, il dato allarmante è che solo alcuni dei 47 Stati sono riusciti a rispettare il target minimo.

Solo tre Stati hanno superato il target del 40% di donne nel corpo diplomatico: Andorra, Finlandia e Principato di Monaco (rispettivamente 57,1%, 42,5% e 56,3%); altri quattro (Liechtenstein, Lituania, Norvegia, Svezia) sono vicini a raggiungere il 40%; in barba alla parità di genere, in 24 Stati la presenza di donne nel corpo diplomatico nel 2016 era sotto il 20% nel 2016, l’Italia era all’8,3%; a farle evitare l’ultimo posto ci pensa la Grecia, che ormai ha il ruolo stabile di chiudere le classifiche.

Rimangono profonde differenze geografiche: nel 2017 il tasso di occupazione è 59,4% nei Paesi del Nord e 32,3% al Sud. Per quanto riguarda la sfera politica, la presenza femminile è circa il 30%, in miglioramento negli ultimi anni, ma la riduzione nel numero di donne ministro ha determinato una netta discesa rispetto allo scorso anno nel ranking sulla parità di genere in politica del World Economic Forum.

Sono dati che dovrebbero far preoccupare ma in una Nazione dove vi sono problemi ritenuti maggiori, essi passano stupidamente in secondo piano. Il rapporto Ocse accenna al fatto che la parità di genere è la pietra angolare di un’economia prospera e moderna, ossia quella che fa fare il salto di qualità a un Paese. Un esempio? La Svezia, dove gli uomini possono richiedere il congedo di paternità, per l’Italia utopia irrealizzabile. Quello a cui si punta è avere uomini e donne in grado di dare il loro contributo a casa come al lavoro e nella vita pubblica; ne trarrebbe beneficio l’intera società. In Italia se ne parla solo in campagna elettorale o in qualche meeting in cui si delinea il mondo ideale ma che rimane lì, su un foglio senza nessuno sbocco reale.

I paesi Ocse che partecipano al questionario sull’attuazione delle politiche sulla parità di genere indicano la riduzione dei costi d’accesso ai nidi come la misura più efficace nel rimuovere le barriere all’occupazione femminile; il coinvolgimento dei padri è un altro elemento cruciale, soprattutto in Italia dove osserviamo uno dei gap maggiori sul totale delle ore lavorate, a casa e sul mercato, con le donne che complessivamente lavorano più degli uomini.

Italia appena qualcosa si è mosso grazie alla legge 215/2012, che introduce oltre alle quote di rappresentanza anche la doppia preferenza di genere nelle elezioni municipali dei comuni con più di 5 mila abitanti; una riforma che ha avuto critiche ma che ha portato a un incremento della rappresentanza femminile nei consigli comunali. Fondamentale è continuare su questa via e monitorare il livello di parità di genere a tutti i livelli, per comprendere come la società stia mutando e individuare la tanta strada che c’è ancora da fare.

di Sebastiano Lo Monaco

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