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Palermo chiama Italia

Redazione on 12 aprile 2019 - 08:15 in Cronaca, Primo Piano

Palermo – Accadde mentre il Parlamento in seduta comune valutava l’elezione di Giulio Andreotti alla Presidenza della Repubblica e al Consiglio Superiore della Magistratura, tra una stagione di veleni e aperte ostilità, si era deciso per l’istituzione di un “superprocuratore” dell’antimafia. Tutto successe mentre in pochi se l’aspettavano, in un pomeriggio che volgeva alla sera di ventitré anni fa, sabato 23 Maggio 1992.

Quel giorno, noi non lo sapevamo, ma eravamo tutti in viaggio dentro a una Fiat Croma bianca, un’auto blindata che procedeva a velocità sostenuta lungo un’autostrada siciliana. Alla guida c’era un uomo di poco più di cinquant’anni e al suo fianco sedeva sua moglie. Altre due persone a bordo della vettura si occupavano della loro incolumità. La storia d’Italia aveva imboccato la A29 e si avvicinava rapida allo svincolo per Capaci. Poi arrivò l’esplosione, tanto forte che il paese trema ancora, e creò un cratere che si aprì nell’asfalto e inghiottì ogni maldicenza e ostilità.

Ad un tratto il Giudice Falcone non era più il nemico, non era più l’esaltato che con la nomina a superprocuratore rischiava di montarsi ancora di più la testa e di acquisire troppo potere per un uomo solo. Lui che solo lo era per davvero, una figura scomoda attorno a cui si era preferito fare terra bruciata, ora veniva da tutti celebrato come l’eroe dell’antimafia, il martire che con il suo sacrificio suonava la carica per una nuova e vincente guerra alla cosche.

Strano il destino di questi servitori dello Stato, strano come la storia si ripeta e gli eroi di domani trovino tanta resistenza e ostilità anche oggi. Tempo fa, Vito Galatolo, in qualità di collaboratore di giustizia, riferì che il tritolo per ammazzare il giudice Di Matteo è già arrivato a Palermo e viene nascosto in diverse abitazioni della città.

Non è un po’ troppo simile la vicenda che vive oggi Di Matteo a quella che toccò in sorte ai giudici Falcone e Borsellino? Anche Nino sta vivendo un’ostilità criminale, anche contro di lui ci sono calunnie e resistenze che gli rendono gravosa l’attività di indagine. Anche nel suo caso autorevolissimi esponenti politici si sono lasciati andare a dichiarazioni infelici e pericolose, definendo il Giudice Di Matteo una “scheggia eversiva”. Ma come mai, oggi come ieri, tutta questa ostilità nei confronti dei nostri migliori magistrati? La risposta la fornisce lo stesso Di Matteo: “L’insofferenza nelle inchieste della Magistratura che in qualche modo sfiorano il potere è una insofferenza storica e bipartisan”. In altre parole i potenti non amano essere controllati e reagiscono con fermezza quando qualcuno inizia a indagare sui fatti loro. Pertanto ben vengano le celebrazioni e le commemorazioni, a patto che i magistrati vivi non si permettano di seguire l’esempio dei morti.

Oggi nel capoluogo siciliano si darà vita a un’importante manifestazione, Palermo chiama Italia, e saranno molte le città in tutte le regioni che vedranno scendere in piazza, tra concerti, dibattiti e voglia di stare insieme, migliaia di cittadini. E’ un omaggio alla memoria di chi ha giurato fedeltà alla Costituzione, non a un Governo, a una compagine o a uno schieramento politico, e poi ha onorato ogni giorno la sua parola. E’ il nostro modo per ringraziare chi non si è tirato indietro e ha continuato il suo lavoro, convinto che il controllo di legalità che la magistratura deve svolgere debba avvenire nei confronti di tutti, non solo dei criminali di strada. Un giorno un loro collega, eroe quanto loro, ci spiegherà quale meccanismo scattò ventitré anni fa, quali furono i veri mandanti, in ragione di quale bene superiore le loro vite vennero sacrificate, in ultima analisi: qual è la reale natura della trattativa Stato-mafia?

Per avere risposte bisognerà forse attendere molto e oggi non abbiamo tempo per aspettare. Oggi abbiamo vite da commemorare, quelle di Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vite di persone che stavano compiendo un viaggio su una strada lunga, un viaggio che simbolicamente pare una scelta di vita. E allora saliamo in macchina con loro, sediamoci accanto a questi nostri fratelli, prendiamo posto nel corteo blindato e dirigiamoci fino a dove ci sarà permesso.

Se la strada è un bel modo per rappresentare la vita, loro la stavano percorrendo pienamente ed erano giunti allo svincolo per Capaci, un posto dove è possibile fare una scelta, uscire, prendere un’altra direzione. Con la loro attività queste persone ci hanno portati fino a dove hanno potuto. Ora tocca a noi. Siamo a uno snodo, costretti a scegliere dove andare. Lo snodo è un omen nomen: Capaci. Resta a noi decidere: siamo capaci? Siamo pronti per prendere un’altra strada, capaci di svincolarci dalle mafie, capaci di snodarci da queste brutali corde che tanto male ci fanno?

Se “si muore generalmente perché si è soli, perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”, allora dobbiamo essere ognuno il sostegno dell’altro, non lasciando soli quei magistrati che oggi stanno percorrendo lo stesso calvario di uomini come Falcone e Borsellino e ricordando a noi stesso che “se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.

di Adelaide Conti

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