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Tra omissis e depistaggi si riapre il caso Orlandi

Redazione on 5 novembre 2018 - 07:40 in Attualità, Primo Piano

Il ritrovamento di ossa umane in un locale di proprietà del Vaticano riapre lo scabroso caso di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana scomparsa 35 anni fa, caso fitto di complessi intrecci che coinvolgono istituzioni internazionali come la Santa Sede, lo Ior, i servizi segreti, la mafia, la banda della Magliana, l’attentato a Papa Wojtyla e i Lupi grigi di Ali Agca.

emanuela-orlandi“Durante alcuni lavori di ristrutturazione di un locale annesso alla Nunziatura Apostolica in Italia, sita in Roma, in Via Po 27, sono stati rinvenuti alcuni frammenti ossei umani”, ne ha dato notizia la Sala Stampa della Santa Sede, che conclude: “Allo stato attuale il Procuratore Capo di Roma, Giuseppe Pignatone ha delegato la Polizia scientifica e la Squadra Mobile della Questura di Roma al fine di stabilire l’età, il sesso e la datazione della morte”.

Si torna a parlare di Emanuela Orlandi, la figlia di un commesso della Prefettura della Casa pontificia, scomparsa in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta per omicidio per capire se questi resti abbiano a che fare con Emanuela o anche con Mirella Gregori, coetanea della Orlandi scomparsa improvvisamente il 7 maggio di quell’anno. Si pensa che entrambi i casi siano connessi tra loro per le analogie che presentano, tra queste anche il fatto che ad oggi non sono stati trovati i resti di nessuna delle ragazze, né il motivo della loro scomparsa, nonostante gli appelli delle famiglie che da trentacinque anni chiedono verità su uno dei più fitti misteri italiani.

Dal punto di vista penale, le indagini sulle due giovani sono state definitivamente archiviate dalla Corte di Cassazione nel maggio del 2017, come sollecitato dalla stessa Procura. Nel settembre dello scorso anno, era circolata la notizia, sulla base di presunti documenti riservati vaticani, che Emanuela Orlandi sarebbe rimasta in vita almeno fino al 1997, ma la Santa Sede aveva seccamente smentito.

Presunti intrecci con l’attentato a Papa Wojtyla

All’appello di Papa Wojtyla ai responsabili del 3 luglio 1983 che ufficializza per la prima volta l’ipotesi del sequestro, seguono 16 telefonate di un uomo con spiccato accento anglosassone (l’Amerikano), il ritrovamento di alcuni nastri, un comunicato dei Lupi grigi di Ali Agca, l’uomo che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio d’anni prima, che in un colloquio con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, conferma l’ipotesi del rapimento per conto del Vaticano.

Collegamenti con lo scandalo Ior e il caso Calvi

Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l’identikit de “l’Amerikano”, stilato dall’allora vicecapo del Sisde, Vincenzo Parisi, in una nota rimasta riservata fino al 1995, corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all’epoca era presidente dello Ior, la banca vaticana, meglio conosciuta dai romani come la “lavatrice oltre Tevere“.

Legami con la banda della Magliana

A luglio del 2005: una prima apparente svolta investigativa si registra in occasione di una puntata del programma Chi l’ha visto? quando giunge una telefonata di un anonimo che invita a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant’Apollinare: il defunto era Enrico De Pedis, detto Renatino, uno dei boss della Banda della Magliana, ucciso nel febbraio del 1990. A giugno 2008 Sabrina Minardi, per qualche anno amante proprio di De Pedis, rivela agli inquirenti che Emanuela Orlandi era stata uccisa e che il suo corpo, rinchiuso in un sacco, era stato gettato in una betoniera a Torvaianica. Secondo la Minardi, la 15enne sarebbe stata tenuta prigioniera in un’abitazione vicino a piazza San Giovanni di Dio. Pur con tutte le perplessità del caso, i magistrati, che procedono per sequestro di persona a scopo di estorsione e omicidio volontario aggravato dalle sevizie e dalla minore età della vittima, si attivano per cercare i dovuti riscontri. Ma i risultati sono scarsi. La Minardi viene sentita più volte dagli inquirenti, cade in contraddizione, smentisce precedenti sue ricostruzioni del fatto finendo lei stessa sotto indagine.

La pista della pedofilia

Secondo una pista investigativa, Emanuela Orlandi sarebbe stata attirata e uccisa in un giro di festini a sfondo sessuale in cui sarebbero stati coinvolti esponenti del clero, un gendarme vaticano e personale diplomatico di un’ambasciata straniera presso la Santa Sede.

La famiglia vuole la verità

Da trentacinque anni la famiglia di Emanuela, rappresentata dal fratello Pietro, prosegue la sua battaglia per conoscere la verità sulla fine delle giovane. L’ultima speranza dei familiari di Emanuela Orlandi è legata ad Alì Agca: l’ex Lupo Grigio, che aveva sparato a Papa Wojtyla nel 1981, a dicembre del 2014 si presenta a sorpresa a piazza San Pietro per portare dei fiori sulla tomba di Giovanni Paolo II. La famiglia si attiva immediatamente per presentare un’istanza alla magistratura affinché l’ex terrorista turco venga interrogato. Richiesta respinta: anche Agca è ritenuto “soggetto inattendibile”.  A giugno del 2017, in occasione del 34esimo anniversario della scomparsa della ragazza, la famiglia Orlandi chiede alle autorità vaticane di accedere agli atti conservati sul caso. Ma l’istanza cade nel vuoto.

Dopo anni di indagini e depistaggi, ancora non si è arrivati alla verità sul caso Orlandi, nonostante gli appelli della famiglia alle autorità vaticane e non solo. Da alcuni mesi il caso è di nuovo dibattuto sui tavoli della Gendarmeria Vaticana. Riuscirà la Procura di Roma a districare il caso di Emanuela Orlandi? Una delle tante scomparse su cui si è innescata la pista acchiappa-ascolti o si sono volutamente innescate altre piste per coprire verità scomode come il buco dello Ior, la banca vaticana che riciclava denaro della mafia e che è servito per far cadere il regime comunista polacco con Solidarność di Lech Walesa? Wojtyla si curò poco della provenienza di quel denaro. Fu una colpa? Ubi maior minor cessat, e la cosa più importante era la “sua” Polonia. Soldi ben spesi, a vedere il risultato, ma il fine giustifica sempre i mezzi?

di Cristina Amoroso

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