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NowRuz, il giorno della speranza

Redazione on 20 marzo 2019 - 01:57 in Asia, Cultura, Primo Piano

NowRuz, “nuovo giorno”. Nella tradizione, nella cultura e nella mentalità persiana, da quattromila anni il giorno di NowRuz rappresenta la vittoria sull’inverno, e su tutto ciò di cui l’inverno può essere il simbolo: una vittoria che nessuna circostanza storica è mai riuscita ad oscurare nel cuore degli iraniani. NowRuz è il Capodanno persiano, che cade il primo giorno del mese di farvardin, in una data corrispondente al 21 marzo del calendario cristiano (la data si mantiene fissa grazie all’introduzione dell’anno bisestile nel calendario solare persiano), giorno considerato in Occidente come l’inizio della primavera perché segnato dall’equinozio ascendente.

NowruzLa leggenda del NowRuz

Grazie allo studio del Sanscrito e alla profonda conoscenza della cultura della Persia e dell’India del suo tempo, Birouni offre, a proposito del NowRuz, una grande quantità di informazioni, soprattutto nei libri Asar Al-Bagiah e Al-Qanun al-Masoudi (qui, in particolare, egli spiega il NowRuz dal punto di vista delle tecniche di calcolo dei calendari).

Da Birouni apprendiamo che nel NowRuz si identifica il giorno in cui l’Angelo della vittoria incoraggiò lo spirito umano a creare cose sempre nuove, e che dunque la ricorrenza esprime una grande ricchezza di benedizioni: in questa notte – racconta Birouni citando Sayd Ibn Fazi – dal monte Damavand, l’altissima cima che domina Teheran, si sprigionano scintille, e vi è chi giura di aver visto una fiamma alzarsi dal pinnacolo del ghiacciaio.

Secondo altri, pure citati nei medesimi libri, il NowRuz deve essere ricollegato al re Jamshid, figlio di Tahmuress, che nel giorno stesso in cui salì al trono per governare quasi tutto il mondo (in un’epoca precedente l’impero degli antichi Medi) varò alcune riforme religiose: il popolo, gradendo tali ri-forme, trasformò la ricorrenza di quel giorno, che aveva rinnovato la vita della comunità, in una festa – la festa di NowRuz.

La ricorrenza venne poi osservata anche dagli antichi re, e i festeggiamenti furono organizzati secondo una speciale gerarchia: il primo giorno era detto appartenere ai monarchi, il secondo agli aristocratici, il terzo ai funzionari del re, il quarto ai servitori di corte, il quinto agli abitanti delle città e il sesto ai contadini.

Presso i Sassanidi (III-VII secolo d.C.), però, come ricorda Birouni, il primo giorno di NowRuz il re chiamava a raccolta il popolo, invitandolo alla fratellanza; il secondo egli si occupava dei problemi della popolazione rurale; il terzo giorno apparteneva al clero e ai soldati, il quarto alla famiglia reale, il quinto ai servi del re, che proprio allora venivano gratificati o promossi di rango e il sesto al monarca in persona.

Altre tradizioni aggiunsero elementi ulteriori alle gesta di Jamshid, narrando che il grande re si era costruito un carro a bordo del quale attraversava i cieli; una volta viaggiò così dal Damavand sino a Babol, sulla costa del Mar Caspio, e tutta la gente si raccolse per vederlo passare: il NowRuz costituirebbe tra l’altro anche la festosa celebrazione annuale di quel passaggio. E vi è chi racconta che nel suo peregrinare celeste Jamshid si recava a volte anche nell’Azarbay-djan, dove si fermava, sedendosi su un trono d’oro che la popolazione locale trasportava sulle spalle: il NowRuz sarebbe dunque la ricorrenza del giorno in cui, grazie alla presenza di Jamshid, il trono sfavillava davanti al sole.

La figura di Jamshid compare in molte delle leggende relative al NowRuz. Birouni, citando un sacerdote zoroastriano, informa che la canna da zucchero fu scoperta in Iran nel giorno di NowRuz, quando Jamshid assaggiò un poco della linfa secreta dal suo fusto: la trovò dolce, e ordinò di lavorarla sino a produrne zucchero. Lo zucchero divenne cosi un popolare bene di scambio, e da quel tempo si usa confezionare dolcetti ed offrirli per il Capodanno.

Al concetto di dolcezza si collega anche la credenza popolare secondo cui, se ci si sveglia la mattina del NowRuz, e in silenzio si assaggia un pò di miele prendendolo con tre dita e si accende una candela, si verrà preservati dalle malattie.

Birouni cita inoltre Ibn Abbas per introdurre una delle tradizioni che illustrano il fondersi della tradizione iranico-zoroastriana del NowRuz con l’Islam: un giorno qualcuno offrii al Profeta Mohammad un dolce su un piattino di rame, ed il Profeta chiese spiegazioni. Gli fu riposto che quel giorno era NowRuz. Il Profeta domandò che cosa fosse NowRuz. La grande festa degli Iraniani, gli fu detto. “Io so – ribattè il Profeta – che la giornata di oggi ricorda il momento in cui l’Onnipotente resuscitò Askareh”. “Ma che cos’è Askareh”? gli domandarono a loro volta i suoi ospiti.

E il Profeta spiegò che un tempo migliaia di persone avevano lasciato la loro terra per paura della morte e si erano recate nel deserto; ma proprio laggiù Dio aveva ordinato che morissero, ed erano morte tutte sull’istante. Subito però l’Onnipotente, impietositosi, aveva ordinato alle nuvole di versare acqua sui loro corpi, perché tornassero in vita, e tutta quella gente era resuscitata (probabilmente da questo deriva l’usanza di spruzzare l’acqua il giorno di Capodanno). Terminata la spiegazione, il Profeta dell’Islam divise quel dolce fra tutti i presenti (da qui l’abitudine di offrire doni per NowRuz) e disse: “Vorrei che ogni giorno fosse NowRuz”.

Secondo il sesto Imam degli Shi’iti, Jafar ibn Muhammad as-Sadiq, NowRuz fu il giorno in cui Dio strinse un patto con gli uomini a Lui fedeli, i quali promisero di non avere mai altro Dio che Dio (ovvero accettarono il monoteismo) e di credere nei suoi Profeti, nei suoi comandamenti e negli Imam (dello Shi’ismo); fu inoltre il giorno in cui l’arca del Profeta Noè toccò finalmente il monte Ararat dopo il diluvio universale; ed anche il giorno in cui il Profeta Abramo distrusse gli idoli dei pagani.

L’Imam Jafar si ricollega al racconto di Askareh quando aggiunge che il miracolo della resurrezione di migliaia di Figli di Israele al comando di Allah, cosi com’è rivelato nella Sura “al-Baqara”, versetto 243, del Corano, si verificò proprio nel giorno di NowRuz: una pestilenza aveva ucciso molti in una città della Siria, perché Dio aveva voluto punire la disobbedienza della popolazione ai locali leader religiosi; alcune decine di migliaia di ribelli avevano allora lasciato la città ritenendosi in grado di opporsi con successo al volere divino; e nel deserto Dio li aveva fatti morire della stessa piaga cui avevano creduto di poter sfuggire. Anni dopo il Profeta Ezechiele, mosso a pietà alla vista dei loro cadaveri, aveva pregato Dio perché li riportasse in vita, ed il giorno di NowRuz era stato esaudito.

Secondo un’altra leggenda, il re Salomone, figlio di David, aveva perduto il suo anello, e con esso aveva perduto anche il regno. Ma il giorno di NowRuz egli ritrovò l’anello, e tutti gli uccelli gli si raccolsero attorno. Allora Salomone ordinò al vento di trasportarlo verso una nuova destinazione. Ma l’upupa lo fermò, per raccontargli di avere fatto il nido su un albero lungo la strada e di avervi deposto un uovo: “Ti prego, o re – aggiunse – non distruggere il mio nido”. E il re, per non distruggere quel nido, cambiò strada. Per ringraziarlo, l’upupa gli spruzzò un po’ d’acqua con il becco e gli donò una cavalletta – e forse si può spiegare anche così l’abitudine di spruzzare ritualmente qualche goccia d’acqua e soprattutto distribuire piccoli doni nel giorno di NowRuz.

Alcuni ricercatori iraniani ritengono che il giorno di “Ghadir Khom”, nel decimo anno dall’Egira, quando il Profeta nominò il genero Ali proprio successore e lo presentò come tale ai seguaci (egli sarebbe divenuto infatti il primo Imam degli Shi’iti), cadesse proprio nel giorno di NowRuz, il ventinovesimo giorno del mese dei Pesci di un anno bisestile.

Che il NowRuz sia passato dal Mazdeismo all’Islam come speciale retaggio culturale è testimoniato da tradizioni secondo cui gli Zoroastriani si recarono a rendere omaggio all’Imam Ali portandogli in dono vasi colmi di zucchero; egli distribuì lo zucchero fra i compagni, e accettò i vasi in pagamento delle tasse dovutegli dai seguaci di Zarathustra.

Nella tradizione iranica il primo uomo, e primo mitico re dell’Iran, si chiama Kiu-mars, come testimonia il poema di Fer-dowsi, Shahnameh (“Il libro dei Re”), che indica NowRuz come il giorno della creazione di Kiumars. Nella Persia islamica, Kiumars venne poi identificato con Adamo (il primo dei Profeti venerati dal-l’Islam), e anche sulla base delle affermazioni del-l’Imam Jafar, NowRuz è ritenuto il giorno in cui appunto Adamo fu creato.

Riguardo alle origini del NowRuz esistono anche teorie diverse da quelle che esposte sin qui (sebbene non contrastanti), elaborate da vari studiosi: per esempio, secondo l’iranologo danese Kristiansen questa festività sarebbe il retaggio della festa babilonese di Zadmuk.

Tra le leggende più popolari, entrate ormai a far parte della favolistica persiana, è il ritorno di “Zio Anno Nuovo”: ogni anno, il primo giorno di primavera, Zio Anno Nuovo indossa il cappello di feltro, si avvolge nella sciarpa e scende in città, appoggiandosi al bastone: visiterà ogni casa della Persia, portando il nuovo anno a tutta la gente. Presso la porta della città vi è uno dei giardini più belli della Persia, coperto di fiori, soprattutto rose, che sbocciano vivide nel giorno d’inizio della primavera.

Proprietaria del giardino è una simpatica vecchietta. Ella non ha mai visto Zio Anno Nuovo, ma ogni anno, il primo giorno di primavera, lo attende ansiosa nella speranza di incontrarlo: si alza prima dell’alba e si prepara a riceverlo, pulendo a fondo la casa, stendendo un tappeto di seta sul pavimento della veranda, innaffiando con cura i fiori – specialmente le rose, le preferite di Zio Anno Nuovo. Porta un po’ di mangime ai pesci rossi nell’acqua fresca della vasca in giardino, si accerta che la fontanella nel centro diffonda spruzzi in abbondanza, e davanti all’ingresso depone una bacinella d’acqua dove galleggiano petali di rose. Indossa l’abito migliore, di seta finemente ricamata, annoda intorno ai capelli uno scialle color d’oro, accende il fuoco nel camino, nella veranda prepara il tavolo con i “sette sin”, sistemandovi anche sette piatti di cristallo colmi di sette diversi tipi di dolci… proprio come fa ogni famiglia persiana, in ogni casa del Paese.

Quando tutto è pronto, la vecchietta siede sul tappeto, in ansiosa attesa di Zio Anno Nuovo: sa bene che chiunque lo incontri tornerà giovane di nuovo, proprio come la terra quando incontra la primavera. Aspetta… e nell’attesa pian piano si addormenta. Quando lo Zio arriva, la vede dormire, e non ha cuore di svegliarla: coglie la rosa più bella e gliela mette fra le dita; assaggia la metà di una mela intinta nello zucchero; prende un tizzone dal camino e si accende la pipa. Poi riparte, verso la città, perché deve visitare tutte le case. Solo più tardi, il sole desta la vecchietta.

Ella vede la rosa e la mezza mela rimasta e comprende che Zio Anno nuovo è passato anche quest’anno, e che anche quest’anno non l’ha visto. “E’ accaduto ancora”! piange. “Ora dovrò attendere un altro anno intero per vederlo e tornare giovane”! E forse, la prossima primavera vi riuscirà.

NowRuzLe celebrazioni del NowRuz

Anteriormente all’epoca sassanide si celebravano il primo e il sesto giorno di farvardin (Hormodz e Khordad), ma nel III secolo d.C. si cominciarono a considerare festivi anche i giorni intermedi. Le celebrazioni iniziavano comunque sempre circa una settimana prima del 21 marzo, poiché la creazione dell’universo (analogamente a quanto narrato nell’Antico Testamento) si pensava avvenuta in sei fasi, o tappe, con la comparsa dell’uomo soltanto il sesto giorno, in concomitanza con l’equinozio di primavera; il che conferiva a quel giorno un’importanza speciale, in quanto manifestazione del culmine della potenza e della gloria di Dio.

Nella definizione delle sei fasi della creazione (gahanbar) ciascuna di esse era stata inoltre identificata in un particolare periodo dell’anno: in altre parole, l’anno solare era diviso in sei stagioni, e alla fine di ognuna di esse gli antichi Persiani celebravano una festa; il più grande dei festeggiamenti era ovviamente riservato al NowRuz, momento in cui si celebrava il completamento della Creazione, e si credeva che le anime viventi in terra si incontrassero con gli spiriti celesti e le anime dei cari defunti.

Tra le manifestazioni popolari con cui si prepara e si accoglie questa, che è la festa più gioiosa dell’anno, vi è quella denominata Haji Firouz. Si tramanda che Haji Firouz fosse un uomo vestito di panni rossi che andava di strada in strada cantando e suonando il tamburello per salutare il nuovo anno ed informare la popolazione dell’arrivo della primavera; per compensarlo di aver recato la buona notizia, la gente gli regalava cibo o qualche moneta. Così, nei giorni precedenti il NowRuz, tuttora per le strade delle città e dei villaggi iraniani scendono gli Haji Firouz di oggi, simili nel ruolo agli zampognari italiani che vagano tra i passanti durante le festività natalizie: vestiti di panni coloratissimi e con un cappello a punta, i volti neri di carbone, agitano il daf (il tamburello a sonagliera), cantano antiche strofe di buon auspicio e rispondono ai piccoli doni in denaro augurando ogni bene per l’anno nuovo.

Altrettanto cara alla popolazione iraniana è la festa del Tchahar Shanbeh Souri, che la sera prima dell’ultimo mercoledì dell’anno rievoca le antiche cerimonie del culto mazdaico del fuoco: quando scende la sera si accendono i falò e tutti, in special modo i giovani, spiccano salti superando d’un balzo le fiamme, e cantando: “Zardi-e man az to, Sorkhi-e to az man” (“Il mio giallo a te, il tuo rosso a me”), perché il fuoco assorba gli elementi negativi presenti nella persona – il “giallo” parla di malattia e debolezza – cedendole in cambio la sua energia e salute – il “rosso”.

La stessa sera, bambini e ragazzi vanno di casa in casa, tenendo celato il volto e il corpo con lenzuola per non farsi riconoscere e percuotendo con cucchiai il fondo di ciotole di metallo: si fermano dinanzi a ogni porta finché chi vive nella casa non apre, per regalare loro dolci, frutta secca o altri piccoli doni, cercando scherzosamente di far cadere le lenzuola per scoprire chi siano i “disturbatori”.

Vi è chi ricorda, nelle medesime ore, di osservare il Falgush, cioè l’usanza di restare nascosti in attesa che passino due persone intente a chiacchierare fra loro: le parole pronunciate dai due passanti e intese di sfuggita, avulse dal loro contesto, vengono poi interpretate per trarne auspici.

di Redazione

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